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L'Antifascista

IN ATTESA DEL CONGRESSO

Il travaglio dei Democratici di Sinistra
di Claudio Cianca



Nel proporre l'apertura di un'apposita rubrica in cui svolgere una franca leale discussione sui temi che sono al centro della preparazione del congresso di una non trascurabile forza della sinistra, il partito dei Ds, non credo contravvenire all'autonomia della nostra associazione. Ritengo utile a questo proposito citare testualmente le parole pronunciate dal senatore Bufalini quale presidente dell'Anppia nel corso dei lavori del Congresso svoltosi nel 1994, cioè durante il primo governo Berlusconi: "Non esitiamo a dire, senza mezzi termini, che consideriamo assai grave la crisi che attraversa la Repubblica italiana, tanto grave da costituire un rischio per il regime democratico del nostro paese. (...) L'Anppia è un'organizzazione di antifascisti appartenenti a partiti diversi, animati da differenti ispirazioni ideologiche e religiose, fino a ieri politicamente schierati sia con forze di opposizione sia di governo. (...) Nei confronti dell'attuale governo e dell'attuale maggioranza sedicente 'Polo della libertà' noi valutiamo la situazione dal punto di vista dei rischi che corre la democrazia italiana e dell'irrinunciabile dovere nostro di difenderla".
Questo nostro dovere noi l'abbiamo compiuto pienamente prendendo netta posizione nelle ultime elezioni politiche contro una destra che non ha nulla di democratico, di una destra avventuriera con contenuti autoritari e antisociali. E questo dovere penso che possa esercitarsi partecipando da antifascisti, senza pretese di mosca cocchiera, al dibattito in corso sui contenuti, i progetti di un partito della sinistra il cui ruolo è indispensabile per la stessa sorte del nostro ordinamento democratico.
Ci sembra che il puntuale corposo articolo del professore Paolo Bagnoli, pubblicato sull'ultimo numero della nostra rivista con il significativo titolo Riportare l'Antifascismo dalla storia alla politica, pone un problema che riguarda tutto il movimento democratico e in particolare la sinistra che, si può dire, ha subito senza reagire con la dovuta energia contro il progressivo attacco sferrato da un sedicente revisionismo, il cui proposito era appunto quello di distruggere nella coscienza dei cittadini l'elemento aggregante delle forze democratiche che, pure tra contrasti e lotte anche dure, hanno portato il paese fuori dalle tremende rovine materiali e morali causate dal più sanguinoso e distruttivo conflitto della storia umana ed avviato verso obbiettivi di progresso civile e sociale.
Nella bufera che negli anni novanta del secolo passato travolse i due maggiori partiti, la DC e il PSI, il PCI non si sfaldò ma, anche a seguito degli sconvolgenti avvenimenti internazionali, quali la fine del socialismo reale nell'URSS, la caduta del muro di Berlino, che segnò la fine della guerra fredda, portò a compimento la cosiddetta svolta, i cui prodromi erano già presenti nel corso della gestione berlingueriana. La svolta doveva costituire l'occasione storica per la ricomposizione dell'unità del socialismo italiano con il superamento della scissione di Livorno. Ma così purtroppo non fu. Il PSI a pochi mesi di distanza dalla faraonica celebrazione del suo centenario, pagò l'accentrata personale direzione craxiana con un vero scioglimento e gran parte dei suoi aderenti confluì nel movimento del nascente ambiguo astro della politica, il Cavaliere Berlusconi che, disponendo di un'immensa fortuna costituita con mezzi che sono tuttora oggetto di accesa discussione anche in ambito giuridico, partì lancia in resta al grido: "Salviamo l'Italia dalla grave minaccia del comunismo". La dissoluzione del PSI è stata una vera iattura per la sinistra e la stessa svolta del PCI, che assunse il nome, a significare la sua rottura con il passato, di PdS, ne segnò un ulteriore indebolimento a seguito di una non trascurabile scissione. Il protagonista principale della svolta, per i modi con cui è stata compiuta e gli scarsi se non contraddittori contenuti politici, merita a mio parere l'appellativo di apprentì sorcier. Alla passata identità di partito leninista, regolato dal cosiddetto centralismo democratico, considerato asfittico perché non ne consentiva un adeguamento alle esigenze dei profondi mutamenti verificatisi nella società italiana e in campo internazionale, non è succeduta una precisa identità capace di determinare un nuovo soggetto politico, con una strategia chiara frutto di un proficuo dibattito. La strategia è stata incerta, anche la tattica che n'è seguita ha rivelato l'esistenza di lacerazioni profonde. La vicenda delle ultime elezioni hanno aperto un dibattito che però è stato caratterizzato da principio da una non edificante contesa nel gruppo dirigente, consistente in uno scambio di accuse per la dura sconfitta subita. La preparazione del congresso, che dovrà tenersi nel prossimo novembre, insieme alla ricerca delle ragioni della grave perdita di voti che ha segnato la più bassa percentuale della storia del partito, sembra avviarsi su due binari distinti che dovrebbero por fine all'ambiguità nella quale il partito ha vissuto. Le tendenze che emergono sono principalmente due: costruire un soggetto politico in cui siano raccolte le forze che fanno parte dell'attuale coalizione di centro sinistra chiamata Ulivo; o dare vita ad un partito dalla chiara identità di ispirazione socialista come è, sia pure con particolari differenzazioni, nelle democrazie occidentali, cioè Francia, Germania e Inghilterra? Lo scrivente guarda verso questo obbiettivo, non nascondendosi le difficoltà di giungere ad un tale risultato. Unire tutta la sinistra in unico partito socialista riformista richiede uno sforzo non indifferente. Significa avviare un approfondimento culturale su cosa debba essere il socialismo nella situazione presente, quali regole debbano guidare la sua vita. Il compagno Francesco De Martino di fronte al vuoto culturale della sinistra in una recente intervista ha dichiarato: "Ci vorrebbe un nuovo Carlo Marx". Il novismo di cui ci si è dichiarati portatori, ha finito col gettare, sia pure inconsapevolmente, il bambino insieme all'acqua sporca. Le apodittiche affermazioni dei maggiori esponenti del partito, come: "il comunismo è incompatibile con la libertà"; "Io non sono mai stato un comunista del partito di Togliatti"; "Noi avevamo torto e la socialdemocrazia ragione", hanno gettato sgomento ed indignazione tanto che nella nostra rivista un editoriale ha rivendicato il contributo di sangue e di sacrifici profuso dai comunisti italiani nella lotta contro il fascismo nella guerra di Liberazione e nella costruzione del nostro ordinamento democratico. Il compagno Fassino, dopo un implacabile esame dello stato dei Ds e della sinistra nel suo insieme, ha affermato senza mezzi termini: "O si cambia o si muore". Di questa verità tutta la sinistra deve prendere atto. I particolarismi, i distinguo, la tendenza alla divisione perché si preferisce essere capo di un piccolo partito, godendo di una rendita che permette di occupare un seggio in Parlamento, e avere il privilegio di apparire in TV o sulla stampa con interviste molto discutibili, anziché essere secondo o terzo in un partito più grande, vanno combattuti senza faziosità ma con un linguaggio chiaro. che dica pane al pane e vino al vino. Chi vuole stare fuori dalla costituzione di una grande sinistra di ispirazione decisamente socialista si assume la responsabilità di favorire la permanenza al potere di una destra che non ha nulla di democratico, e che tende alla formazione di un regime autoritario antisociale. Le condizioni oggettive per la nascita di un grande partito della sinistra vi sono. Non si parte dal nulla: la Quercia pur nella grave crisi che la travaglia ha raccolto oltre sei milioni di voti, voti di lavoratori, di intellettuali, di produttori onesti aperti socialmente. Certo non basta una semplice sommatoria dei voti della Quercia con quelli di altre formazioni che si richiamano al socialismo o comunque ad ideali di progresso sociale e civile come del resto è stato nel PCI, in cui hanno lottato insieme per la democrazia e per il socialismo laici e cattolici, chiamati sprezzantemente cattocomunisti..
Un forte richiamo all'unità antifascista non vuole essere un nostalgico utopistico richiamo al passato dei nostri verdi anni, ma alla realtà del presente come ha sottolineato anche la compagna Giovanna Melandri, che per la sua età non ha certo nostalgia del passato ma certamente forte preoccupazione per il presente e per l'immediato futuro.

 


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