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La vittoria politica delle destre e la nascita del nuovo
governo Berlusconi segnano l'apertura di una nuova fase
politica nel Paese.
Una vittoria elettorale, quella del 13 maggio, che ci
consegna una maggioranza politica che è minoranza
numerica nei suffragi nazionali, capace tuttavia di prevalere
per la divisione del fronte delle forze democratiche.
Una vittoria che, grazie al sistema elettorale vigente,
definisce una maggioranza parlamentare nettissima, che
da mani libere al Governo e rischia
di cancellare l'iniziativa dell'opposizione democratica
in Parlamento.
Una vittoria innanzi tutto politica quindi, che non segna
uno spostamento massiccio dell'elettorato, ma che indica
comunque un consenso largo e trasversale di diversi soggetti
sociali intorno ad una proposta di trasformazione dell'Italia
demagogica e populista, eppure rivelatasi convincente,
che mira a realizzare una modernizzazione liberandosi
di vincoli e negando tutele sociali, spazzando via un
sistema di prestazioni universalistiche, un patrimonio
di diritti e libertà che rappresentano l'identità
repubblicana e democratica del nostro Paese, sanciti dalla
nostra Costituzione.
Una vittoria che è testimonianza di una grande
sintonia con gli umori profondi del Paese, con crescenti
spinte corporative, istanze individualistiche e localistiche,
pulsioni disgregatrici. Tensioni che attraversano una
società in profonda trasformazione, che è
già da anni investita da processi di modificazione
dei rapporti di produzione e del mercato del lavoro, da
innovazioni nei sistemi economici e finanziari internazionali
di carattere globale, da una crisi del ruolo e delle funzioni
dello Stato nazionale e del patto sociale che nel '900
ne è stato fondamento in occidente, garantendone
stabilità democratica e coesione sociale.
I processi di finanziarizzazione crescente del capitalismo
mondiale, la tendenza prevalente alla costituzione di
eccezionali concentrazioni di potere economico attraverso
la fusione di multinazionali, i meccanismi di liberalizzazione
delle relazioni commerciali internazionali, accompagnati
al contempo da un odioso protezionismo in favore di alcune
esclusive produzioni a discapito dei mercati poveri, sono
il segno di un liberismo economico che domina indisturbato
lo scenario mondiale, in assenza di adeguati contrappesi
di segno politico.
In risposta a relazioni economiche e commerciali sempre
più globali, a sistemi dell'informazione e di accesso
ai saperi sempre più interconnessi che mettono
in rapporto, a confronto e quindi anche in conflitto culture,
religioni, identità sociali e storiche, registriamo
una chiusura regressiva, localistica, identitaria delle
comunità politiche nazionali, in chiave nazionalistica
o etnica. Un ritorno al legame di sangue, al vincolo d'identità
con la propria terra, che spinge al rifiuto dello straniero,
alla ricerca di una cultura di governo più autoritaria,
decisionista, protezionista.
E' proprio nell'intreccio di liberismo economico, localismo
identitario e corporativismo sociale che si ritrovano
i caratteri di fondo del consenso politico elettorale
delle destre.
Il Governo Berlusconi, sin dalle sue prime settimane di
attività, imprime il segno di una cultura di governo
autoritaria, illiberale, reazionaria. E' il suo stesso
assetto, con una Presidenza del Consiglio dalla guida
politica forte e detentrice di ampie deleghe non conferite
ai dicasteri, a testimoniare una volontà di comprimere
la dialettica in seno all'Esecutivo, tra questo e il Parlamento,
tra il Governo e gli altri organi costituzionali, bersagli
di gravi e ripetuti attacchi politici, che mettono seriamente
a rischio il rispetto dell'autonomia e della divisione
tra poteri e istituzioni dello Stato.
Le scelte per ora compiute sono esemplari: la riforma
del diritto societario, con la depenalizzazione del falso
in bilancio e l'attacco politico al movimento cooperativo,
colpito duramente sul profilo fiscale; l'abolizione della
tassa di successione per i ricchi; l'istituzione di tre
commissioni parlamentari d'inchiesta sull'operato dei
governi dell'Ulivo nella precedente legislatura; il blocco
della riforma dei cicli scolastici e l'annunciata volontà
di demolire l'impianto pubblico del sistema educativo
italiano; l'attacco ai diritti dei lavoratori, a partire
dalla libertà di licenziamento senza giusta causa;
la messa in discussione della disciplina sull'aborto;
la discussione sulla riforma dello Stato, con interventi
di devoluzione di funzioni qualificanti del governo nazionale
a partire dalle forze dell'ordine e dall'istruzione, configurano
un progetto politico di segno reazionario.
A suggello di questi atti, c'è la gestione politica
del vertice di Genova, le scelte di pubblica sicurezza
che hanno accompagnato quelle giornate di inaudite violenze,
il drammatico sospetto di un utilizzo politico da parte
di settori del Governo degli apparati delle forze dell'ordine.
L'intenzione politica che emerge , dunque, non è
solo quella di voler spazzare via lo sforzo di riforme
e di equa modernizzazione del Paese che i Governi di centro-sinistra
in questi anni avevano avviato, ma di colpire più
a fondo l'identità democratica, il patto sociale
e di cittadinanza che il Paese ha scritto ormai più
di 50 anni fa, all'indomani della guerra di liberazione
e che sancì nella sua Carta Costituzionale, fondandola
sui principi della democrazia e dell'antifascismo.
Un patrimonio di valori, di libertà, di diritti
politici e sociali, che sono oggetto di un attacco politico
determinato da parte delle forze della destra italiana,
intenzionate a ridefinire il patto di convivenza tra gli
italiani su una gerarchia di valori e diritti assai meno
inclusivi e universalistici, su un impianto politico che
cancelli l'identità storica del nostro Paese, le
sue radici di libertà e di uguaglianza, conquistate
nel ventennio di lotta clandestina al regime fascista,
poi con la Resistenza, quindi con la nuova Costituzione
e con l'assetto democratico e repubblicano delle istituzioni.
Il rischio che si profila è quello di rotture sociali
profonde, tanto più gravi a fronte di uno sbandamento
e di una divisione delle forze democratiche, del movimento
dei lavoratori e in particolare dei sindacati confederali.
Divisioni e sbandamento che attraversano da vicino soprattutto
la sinistra politica e sociale. Le divisioni nel mondo
del lavoro, la debolezza di progetto e di guida politica
della sinistra sono un problema non solo per la sinistra
italiana, ma per la tenuta democratica di tutto il Paese.
L'azione politica delle destre rischia di non incontrare
una risposta forte da parte dell'opposizione democratica
in Parlamento e nel Paese, una risposta capace di indicare
sempre soluzioni possibili e proposte di governo più
convincenti e giuste, in grado di incalzare la destra
sulle sue
contraddizioni, in grado di aggregare consensi nuovi tra
le forze sociali, nel mondo del lavoro e delle imprese.
Il rischio è anche che, mancando una guida politica
riformista alle forze sociali più deboli, al mondo
del lavoro, prendano spazio e prevalgano spinte radicali,
movimentiste, antagoniste. Si deve scongiurare la prospettiva
di un'involuzione massimalista delle forze democratiche
o di una loro parte significativa, una radicalizzazione
politica che rischia di allontanare dal Paese reale, dalla
percezione degli interessi di fondo dell'Italia e delle
aspettative larghe dei cittadini, dalla capacità
di mettere in connessione queste aspettative con un progetto
di società, con una credibile proposta di governo.
E' urgente una ripresa di iniziativa dell'opposizione
democratica, una ricerca di unità del movimento
dei lavoratori a partire da una ritrovata capacità
di misurarsi con le trasformazioni che attraversano il
Paese, costruendo un progetto riformista innovativo, intorno
a cui costruire alleanze politiche e sociali per riaprire
la via dell'alternanza.
Un progetto di governo che indichi la prospettiva di un
nuovo patto sociale, da ridefinire a partire da nuovi
strumenti di tutela e rappresentanza del mondo del lavoro,
di accesso al mercato del lavoro e di formazione permanente.
Un patto sociale che intrecci in forme nuove il lavoro
al sapere, alle nuove aspettative di vita, a nuovi sistemi
di protezione e promozione sociale. Un patto sociale sovranazionale,
un patto di profilo europeo, che concorra a definire l'identità
dell'Europa politica che stiamo costruendo. Non l'Europa
dei popoli e delle piccole patrie. Piuttosto l'Europa
della politica e dei diritti sociali, l'Europa che guarda
all'allargamento ad Est, una potenza democratica e di
pace, un soggetto politico sovranazionale capace di giocare
un ruolo di governo nel mondo globale. Lavoro, Europa,
Democrazia: questi i nodi di fondo intorno a cui ricostruire
un progetto, un'iniziativa di massa delle organizzazioni
e delle forze democratiche nel nostro Paese.
Questi in fondo sono i temi che definiscono l'identità
stessa dell'Italia, il suo legame storico con gli altri
grandi paesi del continente, con cui condivide la matrice
democratica e antifascista sulla quale ha ricostruito
all'indomani del secondo conflitto mondiale una comunità
nazionale unita e libera.
Le forze democratiche dovranno impegnarsi in questo lavoro
di elaborazione e di iniziativa politica, non avendo di
mira solo il contingente, l'attualità. Dovranno
riconquistare il senso storico della loro direzione. Perché
quando si smarrisce la memoria, si perde la percezione
della realtà presente e si diventa incapaci di
progettare il futuro. Per questo dovranno sviluppare un
loro spazio di iniziativa, al fianco delle forze politiche
e sindacali democratiche, anche le associazioni antifasciste
e resistenziali, per rinnovare oggi le ragioni ideali
e lo spirito delle battaglie di democrazia e libertà
di cui sono state protagoniste oltre 50 anni fa, nelle
sfide del futuro, tanto più necessario e indispensabile
di fronte ad una coalizione di governo fortemente inquinata
da elementi razzisti e fascisti.
Ritrovare così un proprio e più incisivo
spazio di iniziativa politica, dando da subito un segnale
di unità nel loro lavoro comune, di coinvolgimento
di tutte le forze democratiche e di apertura all'impegno,
anche associativo, delle giovani generazioni.
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