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RECENSIONE di Costantino Di Sante |
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Il
perché delle stragi naziste in Italia di GERHARD SCHREIDER
Nella ricostruzione delle stragi naziste in Italia, si sono avuti, negli ultimi anni, nuovi ed interessanti contributi che hanno chiarito definitivamente responsabilità e metodi utilizzati nel compiere gli eccidi. A questi ora si aggiunge, finalmente tradotto in italiano, il libro di Gerhard Schreiber La vendetta tedesca 1943-1945. Le rappresaglie naziste in Italia. Gerhard
Schreiber, uno dei più importanti esperti tedeschi di storia militare, in
particolare dei rapporti tra Italia e Germania, è riuscito a reperire negli
archivi tedeschi ed italiani documenti fondamentali sui crimini commessi dagli
uomini della Wehrmacht in Italia, tramite i quali è riuscito a ricostruire la
storia di quegli ignobili eccidi che nella maggior parte dei casi erano stati
rimossi dalla coscienza e dalla memoria storica del popolo tedesco ed in parte
anche di quello italiano. Nella premessa, infatti, l’autore ci ricorda, non a
caso, come l’opinione pubblica in Germania nell’Ottobre del 1962 rimase
scossa ed indignata dalla proiezione del film di Nanni Loy Le
quattro giornate di Napoli, perché i crimini commessi in Italia dai nazisti
erano rimasti pressoché sconosciuti. Soprattutto, Schreiber mette in evidenza
come erroneamente si ritenesse che la condotta di guerra della Wehrmacht fosse
stata “pulita”; in realtà, tra essa, le Waffen SS, le SS o la polizia non
ci fu differenza rispetto al modo con il quale fu condotta la guerra: “tutte
agirono come efficaci strumenti di un regime criminoso”. Non sono contemplate, nel libro, le stragi compiute contro i partigiani e quelle avvenute durante le deportazioni, mentre particolare attenzione è stata rivolta a quelle che coinvolsero bambini e neonati, poichè l’autore ha scelto di occuparsi solamente degli atti “commessi in violazione del diritto di guerra e ordinati e tollerati dal criminoso regime nazionalsocialista”. Rispetto
alle ragioni che hanno portato all’uccisione,
dal settembre 1943 al maggio 1945, di ben 9.180 civili, 44.720 partigiani
e non meno di 6.794 soldati italiani, dei quali 700 erano internati nei campi
nazisti, Schreiber avanza la tesi secondo la quale esistesse, nel popolo
tedesco, un odio ed una intolleranza profondi rispetto agli italiani, che erano
presenti già prima dello scoppio della guerra, ma che si rafforzarono in
occasione dell’evento bellico. La “guerra parallela” condotta da Mussolini
costrinse spesso Hitler a far intervenire le proprie truppe per evitare la
disfatta, evidenziando tutte le carenze e l’approssimazione dell’esercito
italiano. Oltre al fallimento della “guerra parallela”, altre considerazioni
di carattere razzista emergevano dai rapporti del controspionaggio tedesco, che
sull’atteggiamento delle truppe italiane in Africa affermava: “Costoro –
in prevalenza meridionali e siciliani –, pur non essendo affatto superiori
agli arabi per contegno e grado d’istruzione, credono loro diritto atteggiarsi
a conquistatori e vincitori, mentre sanno dare prova della propria abilità di
colonizzatori soltanto disprezzando e maltrattando gli arabi”. La considerazione degli italiani come popolo inferiore, i tedeschi la maturarono nel corso della guerra, e durante la stessa il ruolo delle nostre truppe spesso divenne subalterno. Dall’inverno del 1942 tra Roma e Berlino i rapporti si incrinarono, e secondo Scheiber con l’atto ufficiale, che arrivò l’8 settembre dell’anno successivo, le stragi, legittimate dallo Stato tedesco, si consumarono in presenza di “fattori militari, etnici, razziali, concernenti la politica di potenza” che contribuirono a far emergere un pregiudizio verso gli italiani che rese più “facile ordinare, eseguire e tollerare l’assassinio”. L’autore ricostruisce le varie fasi dell’emanazione delle disposizioni contro le truppe italiane dopo il “tradimento”, sottolineando come fosse stato previsto che, in caso di resistenza, i responsabili ed i comandanti dovevano essere passati per le armi, perché quelle italiane erano oramai da considerarsi truppe irregolari. L’“ordine di assassinare” costituisce una violazione palese del diritto internazionale, e sarà unico nel suo genere, poiché neppure nella guerra contro l’Unione Sovietica è stata assunta una misura tanto drastica. A
metà del secondo capitolo, vengono ricostruiti gli episodi che videro gli ufficiali
e le truppe dell’esercito italiano protagonisti: dallo sbandamento dopo l’8
settembre, il successivo disarmo e la deportazione nei campi nazisti, alle
stragi ingiustificate nei Balcani, in Corsica, a Cefalonia e Corfù. Dopo
le disposizioni per la lotta contro i partigiani, le violenze divennero ancora
più feroci nei confronti dei civili. La rappresaglia contro donne, vecchi e
bambini, infatti, anche dopo la fine della guerra, era giustificata come
reazione alle minacce della Resistenza. L’autore precisa che spesso questa
giustificazione poteva considerarsi vera, ma i comandanti, pur avendo piena
discrezione nell’emanare ordini che potessero risparmiare vite umane
innocenti, non si facevano scrupolo di impartire direttive in accordo con la
strategia terroristica adottata dai vertici militari tedeschi. Nell’elencare gli episodi di violenza che interessarono la penisola dalla Sicilia al settentrione, vengono precisati anche i diversi modi con i quali vennero annientate intere popolazioni: dall’impiccagione, alla fucilazione, alla distruzione completa di interi abitati, alla tortura sistematica ed alle deportazioni di massa, mostrando il disprezzo e l’indifferenza che i comandanti tedeschi avevano delle vite degli italiani. Nell’ultimo
paragrafo, intitolato Cronografia del
terrore, vengono descritte le numerose stragi compiute dai nazisti. Oltre
alle più note, quali quelle delle Fosse Ardeatine, Civitella della Chiana,
Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema ecc…, sono ricordati quelli che potremmo
definire gli “eccidi minori”, in quanto meno conosciuti, dei quali spesso
vengono denunciati i responsabili. Il libro si conclude con un duro atto d’accusa indirizzato alla giustizia ed al potere legislativo tedesco, che dei crimini commessi dai militari della Wehrmacht in Italia hanno permesso l’archiviazione. La condanna viene indirizzata anche al Consiglio della magistratura militare italiana, che nello scorso anno ha confermato l’archiviazione, avvenuta già nel 1960, dei 695 fascicoli che documentano le stragi nazifasciste. Possiamo concludere, come dice Schreiber, che “il responso giudiziario non tocca quello storico” per il quale i reati commessi rientrano nella categoria dell’“omicidio doloso”. Di certo, come è accaduto per il caso Priebke, non stiamo cercando la vendetta su di uomini oramai vecchi ed ancora convinti di aver agito nel bene, ma l’affermazione del principio secondo il quale chi commette un crimine contro l’umanità deve essere sempre perseguito. Di questo non dobbiamo stancarci mai di chiedere giustizia. |
Edizioni La
vendetta tedesca 1943-1945,le
rappresaglie naziste in Italia |
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