RECENSIONE di SERENA COLONNA

 


L'altra Resistenza.
I militari italiani internati in Germania

di Alessandro NATTA

 

C'è tutto Natta nel suo libro sui militari italiani internati in Germania, "L'altra Resistenza".
Già nella storia della sua pubblicazione abbiamo intero il segno della personalità dell'ultimo segretario del PCI.
Il libro fu scritto, infatti, nel 1954, ma gli Editori Riuniti decisero di non pubblicarlo, e Natta rinunciò ad insistere e a tentare altre vie per la pubblicazione (il libro è stato edito solo nel 1997), perché il rifiuto suonava alle sue orecchie come il monito a un maggior approfondimento e a un maggior rigore storico e il segno della inadeguatezza e dell'insufficienza del suo scritto. Lo studente della Normale di Pisa, il fine intellettuale dalla profonda cultura classica e dallo spirito modesto e ritroso sono già tutti qui.
E sono in tutto il suo libro, insieme all'osservatore attento e curioso, logico e acuto degli uomini e del loro mondo che egli guarda con la partecipazione dell'uomo che è tutt'uno con la passione civile del politico.
Questo è forse uno degli elementi che più colpiscono il lettore. Il rifiuto, per altro esplicitamente affermato di ogni reducismo, di ogni vittimismo. Egli non cede mai all'emozione facile, al dolore, al ricordo, ma ricolloca tutto questo entro un'analisi razionale, dentro una Storia collettiva.
La dura esperienza della prigionia e dell'internamento non sono l'oggetto del libro di Alessandro Natta, ma l'antefatto, la condizione oggettiva in cui nasce e si sviluppa la maturazione politica e democratica dei soldati italiani, il racconto di come tra i reticolati tedeschi eravamo diventati uomini liberi".
Un processo lento e faticoso che probabilmente non è, per molti aspetti, pur nella eccezionalità della situazione, molto diverso da quello che in Italia tanti giovani cresciuti nelle scuole e nelle Università fasciste avevano maturato o andavano maturando in quei mesi intensissimi che precedettero e seguirono il 25 luglio.
Per i giovani soldati fuori dei confini dell'Italia, come quelli nell'Egeo che Natta descrive, senza la possibilità di avere notizie e un quadro chiaro della situazione i giorni tra il 25 luglio e l'8 settembre furono giorni di grande confusione e incertezza.
Lasciati senza ordini, con un'ostilità crescente che li divideva dai soldati tedeschi, essi accolsero l'annuncio della caduta del Fascismo con generale soddisfazione, convinti che essa avrebbe significato anche una pace immediata. Purtroppo avevano torto.
L'ostilità tra i soldati italiani e quelli tedeschi, dovuta in grande misura alla disparità di trattamento e di condizioni in cui i due eserciti si trovavano e all'atteggiamento da padroni dei tedeschi, era sempre stata presente nelle truppe e andava aumentando man mano che si palesavano gli intenti aggressivi degli ex alleati che fin dalla fine del luglio 1943 si andavano organizzando per affrontare lo scontro con i traditori italiani.
I comandi italiani allo sbando, invece, sembrano ignorare la situazione: per lungo tempo si convinsero che l'alleanza con la Germania non fosse in discussione e non si preoccupano nemmeno quando i tedeschi studiano i dati di tiro relativi alle batterie italiane, fino a quell'ordine ridicolo citato da Natta dato mentre i Tedeschi occupano l'aeroporto dove erano gli Italiani "tergiversare, resistere senza sparare"!
Un solco pesante si è ormai scavato tra i giovani ufficiali e i soldati che vogliono resistere all'aggressione tedesca, e i quadri più alti dei comandi operativi fascisti.
All'inizio la ribellione nacque da questo sentimento antitedesco, a cui si unirono un sentimento di lealtà verso l'istituto monarchico, il senso dell'onore militare, l'avversione crescente verso la guerra umiliante voluta dal Regime Fascista.
Ma nel no dei 600.000 militari italiani che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò e di collaborare con i nazisti vi furono spinte molto diverse e Natta, da acuto osservatore, non tralascia di evidenziare anche quella meno nobile, la pigrizia mentale, la mancanza di giudizio critico a cui la dittatura fascista aveva abituato gli Italiani: la prigionia corrispondeva anche a questa disposizione d'animo.
Eppure grazie all'opera paziente di tanti ufficiali come Alessandro Natta, anche per la maggior parte di costoro così come per gli altri si sarebbe giunti a una consapevolezza piena che farà sì che quei militari possano essere chiamati "i Volontari dei lager", "coscienze libere,e liberi uomini".

Ma la durezza della prigionia, del freddo, del lavoro forzato ebbe ben presto bisogno di ben altre motivazioni per affrontare e resistere alle lusinghe e alle minacce tedesche
Specie nell'inverno tra il '43 e il '44, quando il no alle lusinghe e al cibo divenne sempre più un no antifascista.
La vicinanza con deportati di ogni parte d'Europa, uomini, donne e bambini, accomunati da quel sistema disumano di annientamento nazista fece superare rapidamente ogni residuo nazionalismo e razzismo e liberò gli italiani di ogni complesso di tradimento. Da una parte c'erano i Popoli dell'Europa tutta oppressi e martoriati, animati da una stessa aspirazione alla pace, alla libertà, alla giustizia, dall'altra la barbarie, lo sfruttamento degli "altri" dei sott'uomini dell'Europa intera a esclusivo vantaggio del popolo eletto, la dittatura, l'abbrutimento, l'eliminazione sistematica dei deboli, degli "inutili" di cui il Fascismo era solo una servile appendice.
Ad essa si sommò un'opera di "rieducazione" politica e culturale, che nasceva in primis dall'esigenza di "tener alto il morale", e quindi dal trasformare fino in fondo le ragioni di una ribellione sentimentale al nazismo, in un fatto razionale e consapevole.
Racconta Natta che in quei mesi si ripercorsero con vere e proprie lezioni per quanto improvvisate, le ragioni, le tappe, i limiti dell'unità nazionale, e del Risorgimento, ma rispetto ai quali le storture e le farneticazioni fasciste apparivano estranee; si riprese a discutere di Illuminismo, di Rivoluzione Francese, di immortali principi e il Fascismo apparve allora ciò che era una dittatura reazionaria, opprimente e bellicosa, che non aveva saputo, nonostante tutta la propaganda dare risposte alle questioni sociali e democratiche e che la nuova Italia non sarebbe potuta nascere dalla semplice restaurazione dello Stato prefascista, ma da una visione nuova e opposta a quella della dittatura.
Natta ripercorre in modo attento tutte le tappe di questa lenta opera di rieducazione delle coscienze alla critica, al confronto e alla discussione che si mescolano a quelle della progressiva consapevolezza dei caratteri politici, sociali e culturali del Fascismo, della corresponsabilità delle classi borghesi, nello sfruttamento e nell'oppressione delle classi popolari.
L'episodio dello spettacolo teatrale messo in scena da alcuni internati e calorosamente applaudito dagli altri e dall'asprissima critica apparsa su un giornale murale il giorno dopo, in cui il pubblico viene attaccato per aver applaudito con troppa facilità, senza un attento giudizio perché "il contenuto" li "tocca da vicino" e perché "erano stati educati all'accordo pieno e alla partecipazione totale…("Ci proclamiamo nuovi, abbiamo tagliato i ponti con il passato " dice l'anonimo recensore "eppure siamo ancora ben imbevuti di quei vizi e difetti che per tanti anni hanno fatto di noi un popolo di morti") è forse invece il segno più forte di come quegli uomini nuovi che dovevano costruire la nuova Italia si andavano formando nei campi di internamento così come tra quei giovani che in Italia combattevano per la libertà e l'indipendenza del loro paese.
Natta non dimentica di ricordare che nella difficile situazione in cui si trovavano i militari internati, che non potevano sentire come loro Patria la Repubblica di Salò, ma che faticavano a sentir loro anche il Governo del Sud che sembrava non occuparsi affatto di loro, riescono a riallacciare un legame con la Patria man mano che giungono le notizie della lotta partigiana contro i tedeschi, che "ci indicavano che eravamo dalla stessa parte della barricata dalla quale combatteva il nostro popolo", perché "la vera patria doveva ricercarsi dove erano il popolo, i suoi interessi, le sue aspirazioni, le sue speranze".
Ed è soprattutto questa unità di obiettivi e di stato d'animo, che contribuì anche a non far sentire sradicati o un corpo estraneo i reduci al loro rientro in Italia, che Natta vuole evidenziare. L'internamento è una parte di quel fenomeno vasto e composito che fu la Resistenza italiana ed europea: "un episodio della guerra nazionale e insieme della lotta politica per l'affermazione dei principi di democrazia, di libertà, di giustizia.
Ed è appunto questo ciò che interessa l'autore: non la sua o le altrui esperienze individuali, ma la dimensione collettiva e condivisa di quegli eventi, in qualche modo il loro senso.
In questo modo la biografia nel libro diventa Storia, di una Nazione, di un Popolo tra i popoli martoriati dell'Europa.
Questo senso di partecipazione, in gran parte consapevole, a una dimensione più alta e più grande che trascende i fatti individuali delle singole vite e li ricolloca nel fluire degli eventi, in una prospettiva comune nella quale essi trovano un significato, pervade tutto il libro.
E in questi ultimi anni in cui abbiamo assistito spesso a un tentativo di frantumare la Storia in una miriade di storie individuali, in cui, ad esempio, la passione e l'entusiasmo sincero di un giovane repubblichino di Salò e del giovane partigiano divengono paragonabili e speculari, il senso storico ed etico delle loro scelte in un quadro così scomposto si perde e tutto diviene uguale nella memoria del singolo, il libro di Natta appare fuori moda, ma assume anche il senso di un monito severo all'umiltà e alla partecipazione umana, a guardare alla propria esperienza senza perdere mai di vista il Mondo, l'Umanità in cui tutte le storie si muovono.
Così come, senza proclami, egli in qualche modo ci invita al recupero di una dimensione storica autentica che può essere solo quella collettiva, in cui le vicende dei singoli assumono un senso, un orientamento e divengono intelligibili agli altri e alle generazioni successive.
E ai giovani soprattutto Natta dedica il suo libro affinché "sappiano quale somma di sacrifici, quale prezzo di sangue è costata la libertà e l'indipendenza della nostra Repubblica, la difficile pace dell'Italia e del mondo". Specie ora, scrive nelle pagine introduttive, e che ci sembra compendino bene lo spirito sempre attento e curioso, ma anche serio e profondo, che "si dice che la fase storica, in cui si iscrivono i fatti di cui si racconta…in questo libro, si sia ormai conclusa […]. Che sia finita un'epoca lo penso anch'io, anche se non è facile vedere quali vie vorremo e saremo in grado di percorrere in futuro […]. Che siano vie nuove si auspica da tante parti, e l'esigenza del cambiamento non può certo essere negata da parte di chi, come me, ha fatto a lungo professione e esercizio di rivoluzionario!
Non mi colloco nella coorte, pur numerosa, dei catastrofisti, e nemmeno in quella dei pentiti di aver progettato delle società migliori. […]
Ma certo abbiamo imparato…che può essere illusorio credere che per aprire prospettive nuove e migliori sia sufficiente rimuovere ed esorcizzare il passato, chiudere i capitoli più controversi, aspri e sanguinosi della nostra storia, con qualche manipolazione o revisione, con qualche taglio di radici, che pareggi i conti, che giustifichi e assolva tutto e tutti. […]. Occorre invece armarsi di una robusta e vigile coscienza critica del passato, nella sua interezza e complessità. […]
Bisogna rinnovare la politica, le istituzioni, i partiti; bisogna promuovere una generale espansione e apertura della democrazia, un nuovo sviluppo economico e sociale, una riforma intellettuale e morale. <l'impresa è ardua. Attenti dunque a non smarrire la bussola. Nuovi patti nazionali, ordinamenti, istituti, regole nuove possono reggere e valere se si richiama la Repubblica ai suoi principi costitutivi, a quel complesso di valori, di idealità, di esperienze comuni su cui si è fondata e ha vissuto in questo cinquantennio l'unità della nazione, e se si tiene fermo quel disegno e programma dello sviluppo storico dell'Italia che sono sanciti nella Costituzione".

 

Einaudi
Editore

A. NATTA

L'altra Resistenza.
I militari italiani internati in Germania

pp. 141

£.
16.000