|
|
|||
|
RECENSIONE di Serena Colonna |
|||
|
|
Il 12 docenti universitari che dissero no al fascismo di Helmut Goetz
Il libro di Helmut Goetz, Il giuramento rifiutato, è frutto di una lunga ricerca durata oltre
trent'anni, sulle vicende che condussero all'istituzione del giuramento dei
docenti universitari da parte del regime fascista, su quelle di coloro che
giurarono e soprattutto dei dodici che lo rifiutarono. L'autore, attraverso il ricorso a molteplici fonti (archivi,
giornali, corrispondenze ufficiali e private), ricostruisce i fatti, gli stati
d'animo dei protagonisti, le reazioni del mondo accademico e di quello politico
italiano e internazionale. Il libro risulta diviso in cinque parti: la prima
ricostruisce la storia dei giuramenti nel corso dei secoli, una seconda parte
sulla storia della formulazione del giuramento fascista, delle reazioni dei docenti
e del mondo politico italiano, una terza in cui vengono ricostruite le vicende
personali dei dodici professori che rifiutarono di giurare fedeltà al regime di
Mussolini, una quarta sulle reazioni della stampa e del mondo accademico
internazionale, e infine un paragone con il giuramento imposto da Hitler ai
docenti tedeschi. Il testo si concentra, come si può intuire dal titolo, in
particolare sulla ricostruzione delle personalità e delle vicissitudini dei
dodici coraggiosi che appunto rifiutarono il giuramento. Dodici personalità
diverse per estrazione sociale, radici culturali e orientamento politico, ma
con alcuni tratti in comune: una "repugnanza quasi fisiologica al
fascismo" (Levi Della Vida), una radicata autonomia intellettuale e
morale, un forte attaccamento all'insegnamento concepito come un altissimo
dovere morale che non può essere piegato alle contingenze politiche, che
pagarono duramente la loro "ribellione": perdita della cattedra,
pensione al minimo, divieti di varia natura e una stretta vigilanza. Come si può intuire
dall'"indice" il testo di Goetz risulta assai ricco di una
molteplicità di spunti interessanti. Ci limitiamo ad individuarne alcuni che ci
sembra possano stimolare una riflessione. In primo luogo appare utile osservare come la volontà di controllare l'istruzione e gli intellettuali sia una caratteristica comune a tutti i regimi totalitari (come risulta anche dal confronto che l'Autore fa con il giuramento imposto dal regime nazista, appena un anno dopo il suo insediamento, in cui addirittura si costituisce un legame di fedeltà personale al Führer) perché è per loro tramite che si costruisce la capacità critica e si formano le nuove generazioni. Anche per questa ragione nella nostra Costituzione la libertà di insegnamento ha un posto prioritario. Ed oggi che alcune vecchie tentazioni sembrano tornare a galla, con Storace, e gli altri Presidenti regionali, che creano commissioni di controllo sui libri di testo mentre scarsa è la mobilitazione tra gli studenti e soprattutto tra i docenti, la lettura di questo libro può forse avere la valenza di un monito oltre che della documentazione storica. *** Ciò che colpisce innanzi tutto,
dal confronto con i giuramenti dei secoli passati, ma anche in epoche recenti,
è lo spirito completamente diverso, introdotto dal Fascismo, già dal 1923
quando Giovanni Gentile inserì nella sua riforma della scuola il recupero del
giuramento imposto dal nascente Stato italiano nel 1864 con il quale si
pretendeva da parte dei docenti fedeltà al Re, allo Statuto e alla Patria. Pur,
infatti, mantenendo inalterato il testo, Gentile sostenne apertamente che
l'attività di insegnamento non potesse svolgersi in contrasto con gli obiettivi
dello Stato e che se lo studioso sentiva che la sua coscienza glielo impediva
poteva dimettersi. Con l'introduzione della nuova formula del giuramento nel
1931, redatta sotto indicazione esplicita del Duce, in modo tale che il
riferimento al regime fascista "non fosse meramente aggiuntivo, ma
essenziale", ci troviamo di fronte a un vero e proprio giuramento
ideologico, in cui la fedeltà alla Patria e al Regime si confondono, e
divengono non solo principi da osservare, ma fini da perseguire nell'attività
di insegnamento, così come nella vita privata, impegnandosi a non appartenere a
associazioni o partiti in contrasto con questo dovere. Emerge con tutta chiarezza il
volto repressivo e autoritario del Regime, la sua volontà di fascistizzare
l'Università, espellendone come si diceva in quegli anni e in quelli
precedenti, come ben ricostruisce l'autore, "uomini indegni del sacro
ufficio loro commesso di educare la gioventù"; e anche l'intento
propagandistico e dimostrativo del consenso goduto dalla dittatura anche tra
gli intellettuali, anche in risposta al manifesto antifascista promosso da
Benedetto Croce. Altri elementi che val la pena sottolineare sono la
ricostruzione attenta delle reazioni a cui il giuramento dà luogo, da quelle
della stampa e del Parlamento a quelle personali dei vari docenti, di chi giurò
senza problemi, di chi lo fece invece con turbamento e vergogna, di chi,
infine, non giurò affatto. In questo quadro l'autore si sofferma su quelle del Papa e
di Togliatti. Il primo che di fatto giustifica e assolve la formula del
giuramento autorizzando una parziale riserva mentale che salvaguardasse i
diritti di Dio e della Chiesa. Più interessante la posizione del Pci, guidato
da Togliatti, che l'Autore forse non valuta appieno, considerandolo quasi un basso
compromesso, frutto di cinico pragmatismo, contrapposto alla limpidezza e alla
fermezza morale dei dodici che non giurano, con la scelta di chiedere ai suoi
aderenti di giurare per mantenere una rete di legami all'interno delle
Università e poter svolgere "un'opera estremamente utile per […] la causa
dell'antifascismo". D'altra parte furono molti gli antifascisti che
decisero di giurare per continuare ad insegnare: essi consideravano
l'insegnamento il loro "posto di combattimento" (Calamandrei). Questa
posizione di Togliatti causò molta vergogna anche in coloro che la accettarono,
ma oggi appare un atto di eccezionale lungimiranza che consentì negli anni più
bui della Dittatura, di educare tanti giovani all'antifascismo e di costruire
così la futura classe dirigente dell'Italia democratica. *** La notevole capacità di Goetz nel ricostruire il clima
culturale e gli umori che attraversavano l'Italia e l'Europa clima aiuta il
lettore a farsi un'idea di quegli anni e a comprendere meglio quei fatti. Ciò che emerge in particolare, anche per analogia con alcuni
stati d'animo molto diffusi in questi anni, è la miopia e la chiusura delle
organizzazioni internazionali culturali e politiche. Di
fronte a un attacco così pesante alla libertà di insegnamento, il mondo
accademico internazionale reagì in modo non unitario. Lo stesso appello in
difesa della libertà di insegnamento dei docenti italiani rivolto all'Istituto
di cooperazione intellettuale e promosso da Mario Carrara, professore di
Medicina legale, tra i dodici che non giurarono, con altri docenti che insegnavano
in Svizzera, ebbe defezioni importanti (dall'economista John Maynard Keynes al
Premio Nobel Sir William Henry Bragg) pur raggiungendo ben 1260 adesioni circa. Nonostante ciò la risposta dell'Istituto di Cooperazione
intellettuale di Parigi ma soprattutto della Commissione internazionale per la
cooperazione intellettuale legata alla Società delle Nazioni, spesso
trincerandosi dietro cavilli procedurali, fu di totale rifiuto ad occuparsi del
caso italiano perché "non è compito della Società delle Nazioni
immischiarsi nelle questioni interne degli Stati". La Società delle
Nazioni cioè da un lato non nascondeva le simpatie di almeno una parte dei suoi
aderenti verso il Fascismo, dall'altro testimoniava, con la tesi della non
ingerenza negli affari interni degli Stati, anche quando erano in gioco diritti
irrinunciabili, la sua partecipazione a un clima dominato da chiusure
nazionalistiche, e soprattutto la sua debolezza e cecità politica, che
l'avrebbero condotta al fallimento. D'altronde il tentativo di costruire organismi
autenticamente sovranazionali per la tutela della pace e dei diritti
fondamentali dell'uomo, emerso subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e di
fatto a tutt'oggi ancora incompiuto, nasce dalla consapevolezza di quel
fallimento che, non ostacolandolo, favorì di fatto il rafforzamento dei regimi
nazifascisti che in pochi anni avrebbero trascinato tutto il mondo in una
guerra sanguinosa. Quest'idea è d'altra parte ben presente nelle aspirazioni
dei dodici docenti che rifiutarono il giuramento, in particolare quella della
costruzione di una Federazione degli Stati europei, all'interno di una
collaborazione mondiale tra gli Stati, come garanzia di pace per il futuro. Val
la pena solo osservare che, al di là del fallimento del recente vertice di
Nizza, in cui non si è riusciti a dar corpo alla creazione di organismi europei
con un impianto che andasse oltre quello intergovernativo, anche la semplice
presa di posizione dell'Unione Europea contro il governo austriaco per la
presenza del leader nazionalista Joerg Haider non ha mancato di suscitare
polemiche, talvolta anche in seno a forze democratiche, in nome del mai
dimenticato principio di non ingerenza. E d'altra parte la sottovalutazione dei pericoli e delle
offensive contro la democrazia, sono, come ben emerge dal testo di Goetz, cosa
niente affatto nuova: molti dei docenti che avevano subito sulla propria pelle
la violenza e l'incultura becera del Fascismo e che, rifiutandosi di giurare,
erano stati espulsi dalle università, lo consideravano con sufficienza
espressione di un manipolo di ignoranti e di violenti ed erano convinti che
"la sua irrazionalità lo ponesse al di fuori della Storia" (Levi Della
Vida). In realtà, forse proprio la sua irrazionalità, in un clima di crisi e di
sfiducia generale, ne fece per oltre vent'anni uno dei protagonisti dello
scenario mondiale.
|
Helmut Goetz Il giuramento rifiutato
La Nuova Italia - 2000 pp.
314 | |