RECENSIONE  di Claudio Longhitano

 


Con cuore di donna

 

Con la pubblicazione del libro “Con cuore di donna”, scritto da Carla Capponi, medaglia d’oro della Resistenza (nome di battaglia “Elena”), pubblicato da Saggiatore, la memorialistica resistenziale si è arricchita di un’opera che si segnala per alcune peculiarità che, a mio parere, la distinguono dalle altre testimonianze che, ad oggi, hanno arricchito il panorama editoriale.

La Capponi racconta gli anni della sua vita che vanno dalla prima infanzia (con interessanti notazioni sulla propria famiglia, da cui traspare un nostalgico ricordo di un periodo perduto e spensierato), alla età  adulta, la  nascita del fascismo, le imprese coloniali, lo scoppio della 2° Guerra Mondiale, fino alla parte più cospicua e coinvolgente: la partecipazione alla Resistenza nella Roma occupata, tra le fila dei GAP di Antonello Trombadori. “Elena” aderisce alla Resistenza forse più per un istintivo moto di ribellione dell’animo - lo stesso che aveva respirato nella casa paterna – piuttosto che per consapevolezza politica o disciplina di partito (che matureranno, magari, in un secondo momento),  ma non per questo con motivazioni meno forti.

Con una leggerezza espositiva che, in realtà, cela una facilità di comunicazione che non sempre si riscontra nelle autobiografie, Carla Capponi ci fa rivivere, pagina dopo pagina, gli episodi più tragici della Resistenza romana dei quali è stata partecipe. Voglio ricordare i più significativi. Il primo scontro a Porta S. Paolo, all’indomani dell’8 Settembre, tra le truppe tedesche e i militari italiani - traditi dal re ma aiutati dal popolo romano - impari ed  epico allo stesso tempo, ove questa ragazza intrepida e un pò incosciente si butta a capofitto in mezzo alla battaglia perché “vuole dare il suo contributo”; l’uccisione, da parte dei tedeschi, di Teresa Gullace, di fronte alle caserme di Viale Giulio Cesare, il cui episodio verrà ricostruito da Rossellini in quell’indimenticabile capolavoro che è “Roma città aperta”. Soprattutto, l’episodio più conosciuto e sconvolgente per le sue conseguenze, ossia il coraggioso attentato gappista di Via Rasella del 23 Marzo 1944 contro un reparto di polizia militare delle SS, che porterà alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine.

Ad un lettore superficiale come, purtroppo, se ne incontrano sovente, questo libro potrebbe apparire semplicemente una delle tante autobiografie che raccontano la vita travagliata di una giovane donna che ha fatto la scelta resistenziale e nulla più. A mio avviso, invece, il libro possiede una sua  “diversità” di fondo che ne fa’ un’opera che ha il pregio di fornire una testimonianza non solo storica, ma anche ricca di contenuti psicologici e sociologici del periodo più tragico della nostra storia. In primo luogo, il libro racconta anche della vita quotidiana a Roma durante l’occupazione nazifascista, fornendo dati poco conosciuti. Soprattutto i giovani apprenderanno che le sofferenze della popolazione romana derivarono, oltre che dalla occupazione, dalle condizioni di vita alla soglia della sopravvivenza: la penuria di cibo e di acqua (da cui conseguivano malattie come lo scorbuto, la denutrizione, la morte per inedia di circa 300 romani, le carenti condizioni igieniche, da cui derivavano malattie infettive che si potevano contrarre addirittura anche viaggiando sui tram); la scarsità di vestiario ed il ricorso ad una economia sommersa di emergenza, di cui il regalo all’autrice, entrata in clandestinità, di qualche indumento usato, riporta il  ricordo di momenti di serenità dimenticati. Come sembra irreale questo mondo a noi che viviamo in questa epoca di consumismo eccessivo, dove la società del benessere ci fornisce più di quello di cui abbiamo bisogno…

Mi sembra, poi, emblematico il titolo del libro. Questa ragazza di buona famiglia, che suona il pianoforte e che si apre alla scoperta della vita (le prime pulsioni sentimentali, le difficoltà economiche sofferte dopo la morte dell’amato padre), affronta un’esperienza drammatica qual’è la clandestinità nella Roma occupata “con cuore di donna”. Il richiamo al concetto di “cuore” (ossia quel concetto di “pietas” che ci deriva dalle culture greca e latina), infatti, è la chiave di lettura delle motivazioni “al femminile” con cui Carla Capponi affronta questa esperienza.

Quasi ogni pagina del libro in cui è descritta la lotta gappista, contiene personali considerazioni sul rapporto tra l’etica, che vuole l’essere umano come soggetto costruttore di una civiltà finalizzata alla pace, al progresso, alla tolleranza ed il tentativo, che le ideologie nazista e fascista stanno portando avanti, di creare un nuovo ordine mondiale basato su concetti che sono antitetici rispetto a tali principi di civiltà e a cui l’autrice ed i suoi compagni di lotta si oppongono.

Così, ogni azione gappista compiuta da “Elena” , risulta per lei sofferta  non solo fisicamente – al punto che nel dopoguerra la sua salute ne risentirà fortemente – ma anche psicologicamente, perché accompagnata dalla considerazione, da un lato, della ineluttabilità di quello che ha fatto e, nel contempo, dall’orrore che prova per essere stata causa della morte di esseri umani, sia pur nemici (significativa la descrizione della uccisione del giovane soldato tedesco nelle campagne di Palestrina, che muore con in volto una espressione di sorpresa perché non si aspettava che quella ragazza gli potesse sparare). A ciò si aggiunge che il dilemma di fondo che pervade le pagine del libro è quello che, probabilmente, ha attanagliato tutte le donne partigiane: ossia il conflitto tra la necessità di sopprimere vite umane da parte di chi, per natura, la vita la crea ed il tentativo di giustificare, a sé stessa prima che agli altri, questo gesto contro natura. Il che è un dilemma, appunto, tutto femminile, che rappresenta probabilmente l’aspetto più travagliato e sublime di come le donne hanno saputo motivarsi in questo periodo drammatico ed esaltante che fu la Resistenza e, per certi aspetti, dà alla loro partecipazione alla Lotta di Liberazione una valenza più intimamente sofferta  rispetto alla partecipazione maschile.

 “Con cuore di donna” è un libro la cui lettura mi sento di consigliare ai giovani ed in primo luogo alle donne. Ne esce fuori il ritratto affettuoso, a tratti commovente, di una generazione di ragazzi e ragazze che, pur con le sue debolezze e le sue incertezze, ha saputo trovare la forza morale necessaria per affrontare la lotta, sacrificando – forse senza rendersene conto - la purezza dei loro venti anni, che essi non avrebbero più ritrovato perché “fattisi adulti” nella maniera più tragica che si possa immaginare. Il ritratto di ragazzi sicuramente non “eroi” nel senso retorico della parola; solo esseri umani, fragili ma consapevoli (la descrizione di Rosario Bentivegna, il compagno gappista di “Elena”, che sviene a causa di un collasso provocato dalla tensione nervosa che lo ha avvinto dopo l’attentato di Via Rasella e deve essere rianimato, è fuori dallo stereotipo cui certa retorica resistenziale ci ha abituati, ma la sua figura appare certamente più umana, quindi “eroica”). Questo la Capponi ci tiene a sottolinearlo, laddove così scrive: «Eravamo solo uomini e donne che di fronte alla durezza delle situazioni non si sono abbandonati al pianto o nascosti per la paura, ma hanno reagito, alzando la testa. E, credimi, eravamo in tanti».

Sono parole così profonde da convincerci che l’eroismo ha molte facce e che una di esse è rappresentata da questa ragazza dall’animo sensibile, la quale detesta la violenza ma comprende che, a volte, le imprescindibili ragioni della libertà ne impongono il ricorso come rimedio estremo alle degenerazioni della Storia.

 

Carla Capponi

Milano
Il Saggiatore

pp. 320

£.
30.000