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NEWS
03.11.2017

Di Vittorio: la terra, il lavoro, la libertà.

di Anppia

L'antifascista, l'esule, il combattente per la libertà, il dirigente sindacale


Sessanta anni fa moriva Giuseppe Di Vittorio, aveva 65 anni.

Fu tante cose: bracciante, sindacalista, esule, antifascista, combattente in Spagna e nella Resistenza, costituente.

La prima volta che viene eletto deputato, nel 1921, è in carcere per aver diretto uno sciopero regionale antifascista.

Questi sono infatti gli anni della violenza squadrista, anche in Puglia specie in quei centri (Cerignola, Minervino, Corato, Bari) considerati le roccaforti del movimento socialista e, soprattutto, delle organizzazioni sindacali dei lavoratori.

Le stesse elezioni del 1921 sono caratterizzate dalla violenza fascista sino all’episodio più grave con l’uccisione di nove lavoratori a Cerignola. Per tutto il 1921 e fino ai primi mesi del 1923, Di Vittorio operò cercando di difendere i lavoratori e le loro organizzazioni dallo squadrismo fascista.

A Bari nell’estate 1922 lo sciopero nazionale, detto “legalitario”,  per imporre la fine delle violenze fasciste ed il ritorno al rispetto della legge, fallito in gran parte dell’Italia,portò a un ampio schieramento antifascista che tenne in scacco i fascisti fino all’ottobre del 1921, quando intervenne l’esercito a conquistare e sciogliere la Camera del Lavoro.

Alla fine del 1922 si trasferisce a Roma e due anni dopo aderisce al Partito Comunista.

Con le Leggi Eccezionali è costretto alla clandestinità e all’esilio, prima in Urss poi a Parigi.

Di qui nel 1936 è fra i primi ad accorrere in Spagna ad Albacete dove partecipa all’organizzazione delle Brigate Internazionali con Luigi Longo e André Marty ed altri dirigenti.

“Voi sapete che non vi battete soltanto per il sentimento di solidarietà che ci unisce al popolo eroico e fratello della Spagna. Sapete che lo schiacciamento del fascismo spagnolo sarà l’inizio dell’abbattimento della dittatura fascista in Italia, in Germania e negli altri paesi. Vi battete anche per liberare l’Italia, perché i nostri figli non abbiamo anch’essi a soffrire gli orrori, la miseria e la vergogna dell’oppressione fascista; perché il popolo italiano sia reso finalmente libero e felice. Non vi può essere felicità, non vi può essere gioia di vivere laddove non vi è libertà. L’oppressione e la schiavitù tendono ad offendere la dignità umana, isteriliscono ed umiliano la vita. Volontari italiani, voi siete il fiore, la speranza e l’orgoglio del nostro popolo” (da un discorso di DI Vittorio ai volontari italiani)

Nel 1939 dirige “La voce degli italiani”, quotidiano antifascista.

Il 10 febbraio 1941 è arrestato a Parigi dai tedeschi. Assieme a Bruno Buozzi e Guido Miglioli viene consegnato alle autorità italiane, che lo condannano a 5 anni di confino che sconta sull’isola di Ventotene

Nel 1943 viene liberato e partecipa alla lotta di Liberazione. Firmatario del Patto di unità sindacale di Roma del 1944 con Achille Grandi per i democristiani e Emilio Canevari per i socialisti, diviene segretario generale della Cgil unitaria e poi, dopo la scissione, della Cgil fino alla sua morte.

Nel 1946 viene eletto deputato dell’Assemblea Costituente, dove contribuì in particolare alla stesura delle parti relative al diritto di associazione, al ruolo del sindacato e al diritto di sciopero,

“… circoscrivere il problema in questo dilemma equivarrebbe ad affermare che non vi siano e che non vi possono essere che due tipi di sindacati possibili: quello statale, attuato dal fascismo (sia pure emendato e migliorato) e quello prefascista, relegato ai margini dello Stato ed in una posizione di ostilità preconcetta contro di esso.
Noi riteniamo, invece, che la democrazia italiana debba creare un tipo nuovo di sindacato, con caratteri propri, originali, che concilii l’esigenza di libertà, di autonomia e d’indipendenza del sindacato (che sono i suoi caratteri peculiari, senza dei quali il sindacato cessa di essere tale e diventa un semplice ufficio) con l’esigenza di ottenere da esso quelle garanzie che sono necessarie per potergli affidare legalmente alcune funzioni di carattere pubblico, che il sindacato eserciterà di fatto e che non potrebbe non esercitare.

Questo tipo nuovo di sindacato, che noi propugniamo, dovrebbe tradurre in termini politici e giuridici, sul terreno specifico dell’ordinamento sindacale, il fatto nuovo e salutare, nella storia d’Italia, dell’adesione piena delle grandi masse proletarie e popolari allo Stato democratico, che esse hanno concorso e concorrono in primo grado a costruire.
Bisogna uscire da quella visuale ristretta che fa considerare le masse lavoratrici con sospetto, per cui non si sa vederle che o asservite dallo Stato o ricacciate fuori di esso; o neutralizzate da uffici, regolamenti e funzionari, o guardate dai carabinieri.
Lo Stato democratico deve aver fiducia nelle grandi masse lavoratrici, che ne costituiscono l’ossatura fondamentale. In uno Stato democratico ben ordinato tutte le funzioni pubbliche debbono essere esercitate in condizioni di libertà tali da non vulnerare l’autonomia e l’indipendenza dei gruppi e strati sociali che si vogliono tutelare”. (tratto dalla relazione sull’ordinamento sindacale alla III sottocommissione della Costituente – Roma, 1946)


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