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07.05.2014

“Uscire dall’Euro sarebbe una follia”

di Francesco Palladino

D’Alema scrive un libro, Prodi e Ciampi intervengono con autorevolezza per mettere in guardia: in Europa ci vogliono nuove politiche radicali e coraggiose, ma la moneta unica è un punto fermo


Vorrei far capire subito da che parte sto in vista delle elezioni del 25 maggio: di fronte alla situazione politica internazionale ed economico-finanziaria globale, per progredire ci vuole più Europa, non meno Europa come chiedono invece alcuni gruppi e partiti (Grillo, Forza Italia e la destra, la Meloni, Marine Le Pen, la Lega di Salvini) con azzardo dissennato e irresponsabile.
Naturalmente, come scrive Massimo D’Alema nel suo saggio recente Non solo euro (Rubbettino editore) «L’Europa ha bisogno di un cambiamento radicale e coraggioso». Si deve, appunto, rinnovare «profondamente la politica, puntando a un’Europa più democratica» e soprattutto «più vicina ai cittadini». Un’altra Europa, diversa e migliore, per arginare i vari populismi. Osserva ancora D’Alema, che «l’Europa ha finora garantito pace, benessere e speranza per decenni, il cammino dell’integrazione è stato segnato da successi straordinari».
I milioni di giovani che andranno a votare nei paesi europei non devono ignorare gli eventi e le tragedie del passato, che le nostre generazioni, cresciute in città in rovina dopo la guerra, non possono certo dimenticare. Ancora D’Alema sostiene che l’Europa unita ha compiuto una missione meravigliosa e impensabile fino a settant’anni fa: «Voltare pagina rispetto a una lunga e sanguinosa storia di nazionalismi, odi e guerre. Ed è oggi davvero una grande emozione attraversare i confini lungo i quali per secoli si è combattuto». E poi: «Nello stesso modo in cui sono state cancellate le barriere della Prima e Seconda guerra mondiale, così è caduta quella cortina di ferro che fu il simbolo della Guerra fredda, e gli europei, o gran parte di essi, si sono ritrovati insieme. Non più conflitti, non più frontiere».
Anche il presidente Giorgio Napolitano ha pronunciato parole preoccupate e commoventi, proprio in occasione, poche settimane fa, del settantesimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine: «Bisogna sempre saper ricordare che la pace non è un regalo o addirittura un dato scontato. È una conquista e, per quello che riguarda il nostro e gli altri paesi europei, è una conquista dovuta precisamente a quella unità europea, a quel progetto europeo, che oggi troppo superficialmente, da varie parti, si cerca di screditare e di attaccare».
Se la scelta europea è fuori discussione, allora possiamo esaminare e discutere i “cambiamenti” necessari e possibili da realizzare nella Ue, nei Trattati e nelle istituzioni politiche e finanziarie.
Anche noi abbiamo ascoltato D’Alema alla presentazione del suo libro al Tempio di Adriano (c’era anche Renzi): « Ridurre la spesa sì, tagliare gli investimenti no, è una follia, è un danno al futuro dell’Europa. La nostra strada non è decidere di violare le regole europee, ma cambiarle. È una strada che richiede forza politica e una coalizione in grado di imporre il cambiamento». Pilastro del programma è il superamento del “dogma dell’austerità”. Chiarisce D’Alema: «Non è irresponsabile dire che bisogna uscire dalla gabbia dell’austerità, e che una politica di risanamento non può essere seriamente perseguita senza sostenere la crescita e, quindi, senza una interpretazione più flessibile e intelligente dei vincoli fin qui imposti». Ciò non significa «negare la necessità del rigore nella gestione della spesa pubblica, ma implica una maggiore solidarietà tra gli Stati europei». Infine «occorre mutualizzare il debito e prevedere piani di investimento che puntino sull’innovazione e sostengano le piccole e medie imprese».
Ma la sfida, intanto, «deve iniziare sul terreno delle scelte politiche. L’Europa deve avere una politica estera comune, come l’attuale Trattato prevede. Mentre in tantissimi casi non vi è stata traccia di un impegno unitario in questa direzione». Anche nella recente crisi in Ucraina e Crimea sarebbe stato indispensabile per l’Europa avere una ferma posizione comune verso Putin. Così come il dramma degli sbarchi di clandestini sulle nostre coste non deve essere un problema solo italiano, ma dell’Europa tutta.
E l’Euro, che ormai ogni giorno, in attesa delle elezioni, viene picconato e denigrato da numerose forze politiche italiane ed europee? Secondo i leghisti «è una moneta criminale, anzi è un crimine contro l’umanità» (Salvini). Grillo fa il suo gioco: «Il nostro debito pubblico? Pagheremo quello che potremo. Una parte di questo debito è immorale. Se la Ue non accetta la revisione dei Trattati meglio uscire dall’Euro. Possiamo farlo unilateralmente. Vogliamo fare un referendum». E Gianni Alemano: «Dobbiamo distruggere l’Euro per far risorgere l’economia!»
D’Alema esprime sul tema un caustico giudizio in toscano (di fronte ha il fiorentino Renzi!): «Fare un referendum per uscire dall’euro? È chiaro che è una bischerata!» Così D’Alema liquida il discorso di chi propone l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Un’analisi economica e finanziaria più precisa la svolge un grande europeista come Romano Prodi, che è stato per anni (dal 1999 al 2004) presidente della Commissione a Bruxelles e ha gestito l’introduzione dell’Euro. Dice Prodi che il nostro «è un paese senza memoria. Usciamo dall’Euro, facciamo come l’Argentina, follie! Dal giorno dopo avremmo Btp svalutati del 40% e tassi di interesse al 30% ! E poi Stato al collasso, banche fallite, dazi contro le nostre merci anche da parte dei paesi europei». Bel risultato! Concetti simili provengono da un altro uomo politico e rappresentante delle istituzioni che ha onorato l’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, il quale dice che «l’uscita dall’Euro sarebbe una catastrofe per un paese come il nostro. Un ritorno alla moneta nazionale è irrealistico e non riproducibile».
Ma questo non significa che tutto deve restare fermo. Anzi. Secondo Prodi e D’Alema «è necessario voltare pagina. Infatti alla nascita della moneta unica si sarebbe dovuta accompagnare la creazione di una efficace governance economica comune, in grado di armonizzare le politiche fiscali, le politiche per il lavoro e quelle per la crescita. In grado di disporre degli strumenti per ridurre gli squilibri tra aree con diversi livelli di produttività all’interno della moneta unica europea. Tutto questo è fin qui mancato». Quindi cambiamento, senza però perdere di vista il contesto generale nel quale viviamo e lavoriamo. Dice ancora D’Alema: «Il processo di integrazione è la via necessaria, l’unica possibile, perché l’Europa continui a esercitare la sua funzione nel mondo».
E Prodi ammonisce: «Oggi bisogna andare avanti, altrimenti la storia ci uccide! L’Italia, da sola, difficilmente potrà essere ascoltata. Possiamo pensare che nella globalizzazione e nel mondo che è diventato così grande i singoli Paesi possano resistere? Se lo vogliamo fare, possiamo benissimo pensare di tornare indietro, dopodiché è finita: l’Europa e i paesi europei non avranno più niente da dire per secoli e secoli». Più chiaro di così. Ancora Prodi: «Se vogliamo garantirci un futuro, abbiamo quindi bisogno di un’Europa più forte e più unita». E Ciampi: «All’Unione europea non c’è alternativa. Sta in noi, nei governi della Ue, trovare la strada per rilanciare il progetto europeo. Bisogna tornare alla natura di quel progetto che era solidale, inclusivo. Bisogna coniugare rigore e crescita».
Voglio infine ricordare le parole di uno studioso scomparso da poco, Jacques Le Goff, che ha lasciato il segno, tra il Novecento e il Duemila, con le sue analisi storiche: «La globalizzazione ha creato due grandi centri di potere che si confrontano ormai da tempo: gli Stati Uniti e la Cina. Occorre salvaguardare l’esistenza di un terzo spazio forte per i suoi valori, la sua energia, la sua ricchezza: l’Europa».


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