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NEWS
19.03.2014

Una tomba per Carla e Rosario

di Antonella Amendola

Intervista ad Elena Bentivegna: Prima di chiudere gli occhi debbo trovare una degna sepoltura per le ceneri dei miei genitori


Al telefono la sua voce è accorata ma ferma. Elena Bentivegna ripete spesso: «Prima di chiudere gli occhi debbo trovare una degna sepoltura per le ceneri dei miei genitori». Elena è l’unica figlia adorata di Carla Capponi e Rosario Bentivegna, i due eroici gappisti romani che in via Rasella, collocando l’esplosivo che avrebbe fatto strage dei militi del battaglione Bozen, dettero il segnale della riscossa popolare. Elena non ha temperamento melodrammatico, è ironica come la madre. Le riesce persino di scherzare sulle sue condizioni di salute. «Vienimi a trovare di mattina, perché di sera crollo, vado a letto come le galline», mi dice. Ha una laurea in medicina e sa che con la sclerosi a placche, ridotta a muoversi in carrozzella, non deve farsi molte illusioni. Ogni giorno guadagnato è un regalo e lei ha una sola cosa da chiedere alle persone care, ai politici, ai rappresentanti delle istituzioni: una tomba per Carla e Rosario che sono venuti a mancare la prima nel 2000, il secondo nel 2012. «Vedi», mi dice, «una tomba i Bentivegna ce l’hanno, nel cimitero monumentale di Roma, vicino a quella di Petrolini. Ma è praticamente franata da tempo immemorabile. Era stata danneggiata già in tempo di guerra e papà mi diceva: “Non vale la pena spenderci soldi”. Mi sono informata, ci vogliono davvero tanti soldi per rimetterla in sesto e poi bisognerebbe fare una lunga trafila con i Beni culturali. A che scopo? A Carla il Verano non è mai piaciuto. Diceva che c’erano troppe croci e troppe gerarchie tra poveri e ricchi. Al Cimitero acattolico, invece, si sta tutti insieme, c’è il poeta come Keats accanto al politico come Gramsci. Insomma a mamma piaceva quel giardino romantico tra le mura, chissà anche per il ricordo di quella sua meravigliosa, generosa audacia. Aveva combattuto il nazifascista per la prima volta a due passi, a Porta San Paolo. Rosario no, lui già dopo il 25 luglio aveva fatto le sue prime prove sul campo».

Dunque il Cimitero acattolico per i due eroi ai quali tanto dobbiamo. Come sostiene Guido Albertelli, presidente dell’Anppia nazionale, «il desiderio di Elena è legittimo e bello». Brutto è non darle una mano, menarla per le lunghe, rimuovere il ruolo che Carla e Rosario (Sasà per i compagni) hanno avuto nella lotta di Liberazione. «Nel dopoguerra non hanno avuto mai pace», ricorda Elena. «Venivano continuamente attaccati dai giornali di destra che su via Rasella hanno costruito cumuli di menzogne. Carla e Rosario si sono sempre difesi in tribunale e hanno sempre vinto contro i loro calunniatori. Ma la persecuzione non è mai finita e ha coinvolto anche me. Ricordo che ero alle scuole medie quando un 23 marzo, nell’anniversario di via Rasella, l’insegnante di religione disse: “Ecco, tra noi c’è la figlia degli assassini”. Protestai con veemenza, il prreside mi voleva cacciare dalla scuola, ma, credo, ebbe paura di sollevare uno scandalo sui giornali. Così, semplicemente, mi bocciò con un 6 in condotta. Per tutto il tempo del liceo mamma mi veniva a prendere quando terminavano le lezioni: ho sempre avuto un codazzo di fascistelli alle spalle».

Elena è molto legata al ricordo della madre. Per eleborare il lutto della sua scomparsa ha scritto un volumetto, intitolato Campanellini d’argento, che raccoglie poesie a lei dedicate. «Ne ho fatto omaggio a diversi politici», racconta. «Tanto per sottolineare che Carla a Roma era la più votata dopo Berlinguer. Andreotti mi rispose con garbo. Poi, anni dopo, ho mandato il libro ai berlusconiani che volevano equiparare partigiani e repubblichini. Nessuna risposta». «Com’era Carla come madre?», le chiedo. «Affettuosa, tollerante, capiva al volo», ricorda. «Quando all’università avevo il fidanzatino e lo portavo a dormire a casa, in camera mia, al mattino Carla mi dava la sveglia bussando con discrezione alla porta. Andavamo in cucina e trovavamo due uova fresche sbattute, uno per me, uno per lui».

Elena vive a Zagarolo, in una vasta proprietà immersa nel verde. Subisce continue molestie: una volta rompono le tubature dell’acqua, un’altra tagliano i fili della luce o del telefono, tranciano le ruote della sua auto. Fascisti? Forse. Forse anche qualche avido speculatore che vorrebbe mettere le mani sui suoi 15.000 metri di terra. Chissà, ci si potrebbero costruire villette a schiera…Farebbe comodo che Elena se ne andasse impaurita. Ma lei resiste. Tra gli oggetti di famiglia, i libri, le cose care, come quelle urne funerarie che per prudenza sono occultate in maniera strategica: mai nessuno le potrebbe scovare. E la fragile, fortissima Elena, abituata fin da bambina a combattere, fiera del coraggio dei suoi genitori rivela: «Carla mi disse che lei e papà se non avessero trovato posto al Cimitero acattolico, tra quelle lapidi antiche, dove passeggiano al sole i mici, avrebbero voluto per un’ultima volta attraversare Roma. Mamma voleva arrivare al mare attraverso le onde del Tevere. Se nessuno mi verrà incontro disperderò le ceneri dei miei genitori dall’Isola Tiberina».

Speriamo di no, speriamo che i tanti sostenitori di Elena, a partire dall’artista Georges de Canino, che ha una delega ad agire in nome della figlia di Carla e Rosario, possano avere la meglio sulla burocrazia e sulla memoria corta che è la vera tragedia di questo Paese.


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