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NEWS
12.03.2014

Marzo 1944: “Sciopero generale!”

di Gianni Sciola

Settant'anni dagli scioperi del marzo 1944. L'ANPPIA ricorda quei giorni fondamentali per il riscatto dell'Italia


Il segno più evidente e clamoroso della crisi del regime mussoliniano e della frantumazione della sua base di massa erano stati gli scioperi del marzo 1943 alla Fiat e in altre fabbriche di Torino e Milano. Esse ebbero l’effetto di rafforzare l’antifascismo e di accelerare il distacco degli ambienti industriali e finanziari e della corona dal Partito e dal governo.

Ad un anno di distanza, lo sciopero generale (iniziato il 1° marzo ’44) valse a dimostrare in modo netto quale fosse l’atteggiamento della classe operaia rispetto alla Repubblica sociale ed alla moda socialisteggiante che vi aleggiava, e costituì la più chiara delle risposte alla legge sulla socializzazione, con cui Mussolini tentava di accreditare la Rsi come stato repubblicano e sociale, che prevedeva la partecipazione degli operai alla gestione e alla proprietà azionaria delle imprese. La popolazione dei grandi centri urbani era ormai al limite della sopravvivenza: oltre ai disagi dovuti all’incubo dei bombardamenti, alla fame e al freddo, i ceti a reddito fisso vedevano ridursi ogni giorno più drasticamente la propria possibilità di acquistare addirittura gli stessi generi razionati. Per i lavoratori dipendenti, in particolare per gli operai, lo spettro supplementare della disoccupazione, dovuto al rischio che la produzione fosse interrotta per mancanza di materie prime, di energia, per il trasferimento degli impianti, ecc. Si aggiungano ancora le paure delle retate e dei trasferimenti coatti di manodopera per il lavoro in Germania. Troppo perché in qualche modo potesse attecchire il “canto delle sirene” della socializzazione. Del resto scarsissima o quasi nulla era l’adesione ai sindacati fascisti e la partecipazione alle elezioni delle Commissioni interne.

Fin dal febbraio il comitato clandestino di agitazione di Piemonte, Lombardia e Liguria aveva diffuso un manifestino di mobilitazione che indicava come parole d’ordine: aumenti salariali, aumento delle razioni alimentari, miglioramento della qualità delle mense aziendali. Fin dalla fase di preparazione precedente la mobilitazione alle autorità fasciste non sfuggiva che si preparava uno sciopero “a carattere apparentemente economico, ma, in effetti, politico, di concerto con il movimento partigiano”. I tentativi di prevenire lo sciopero, di soffocarlo sul nascere, di reprimerlo attraverso gli arresti e la deportazione dei lavoratori che più si erano esposti nell’organizzazione delle proteste nei mesi precedenti risultarono vani, anche se in occasione delle proteste operaie del dicembre precedente il ministero degli Esteri del Reich aveva provveduto a telegrafare a Rahn l’ordine di arrestare “qua e là, per dare un esempio, un migliaio di persone inviandole, come internati in Germania” e di “arrestare i caporioni e fucilarli subito come comunisti”.

Negli intenti dei dirigenti sindacali clandestini, l’azione, per risultare ancora più efficace, doveva scattare alla stessa data e con le stesse parole d’ordine in ogni città.

Il 1° marzo, alle ore 10 all’interno delle fabbriche lo sciopero inizia compatto. A Torino si calcolano 60 mila scioperanti il primo giorno (e 70 mila il giorno successivo) nonostante la manovra fascista di concedere preventivamente le ferie. Vi sono esponenti repubblicani che affrontano la massa operaia, il federale di Milano, qualche sindacalista.

Anche i più fanatici si rendono conto che “i lavoratori considerano la socializzazione uno specchietto per le allodole e si tengono lontani da noi e dallo specchietto”. Significativamente l’interlocutore reale che si pone di fronte agli scioperanti non sono le direzioni aziendali né i rappresentanti politici governativi, ma il vero padrone del Nord Italia: i tedeschi occupanti. Al generale Zimmerman, Brigadenfuhrer delle SS, presentato dalla stampa fascista in occasione dello sciopero del dicembre precedente come “esperto dei problemi del lavoro”, il compito di contrastare l’iniziativa che tende a dilagare verso altri centri industriali. Decreta lo stato d’assedio delle fabbriche in sciopero, si fa consegnare una lista con i nomi dei lavoratori schedati come sovversivi, decreta la sospensione dei pagamenti dei salari e di ogni altra indennità, ma la sua azione non ottiene di fare arrestare il movimento che si protrae ancora per qualche giorno.

Quando l’8 marzo il lavoro riprende in tutte le grandi città del Nord, l’agitazione ha fatto registrare un netto successo per le forze di opposizione. Non si tratta solo del primo sciopero generale sotto il fascismo, ma addirittura del primo movimento di tal genere che si registra in tutta l’Europa sotto il tallone di ferro dell’occupazione nazista. In termini numerici, le autorità comunicano ufficialmente che il numero degli scioperanti ammonta a 208.599. Una pretesa precisione, grottesca e pedante che intendeva dimostrare tanto la capacità della polizia di controllare il fenomeno, quanto, come ebbe a scrivere il “Corriere”, il fallimento dello sciopero stesso.. Secondo gli studi più accreditati invece il movimento coinvolse circa mezzo milione di lavoratori.

In ambito più riservato i fascisti nei loro documenti traggono anche valutazioni diverse. Da Bologna a conclusione dell’ondata di scioperi, la Guardia nazionale repubblicana scrive che “gli operai affermano […] di avere ormai riconquistata la libertà di sciopero e se ne varranno tutte le volte che avranno qualche ragione da far valere, dimostrando con ciò di non avere fiducia alcuna nell’opera sociale della Repubblica”.

Ed è appunto quanto puntualmente si verifica. Anche se non si assisterà più fin al momento insurrezionale ad un movimento di massa così ampio, nelle fabbriche gli effetti dello sciopero determinarono anche uno strascico di “conflittualità” che non viene meno, che non scema mai del tutto.

“I motivi degli scioperi sono i più disparati — riferisce la polizia da Torino, nel mese di luglio -, ogni spunto e sufficiente per determinarne uno, ogni occasione è buona per attuarlo: ieri una richiesta di aumento, oggi una diminuzione di ore lavorative, domani la richiesta di scarto e così di seguito, poiché sono certi di ottenere come hanno finora ottenuto, sempre più di quanto possano sperare. Attendono i russi e parlano di Stalin come di un padre, i più scettici dicono che tutto han già provato tranne il comunismo, quindi desiderano provarlo. Oltre quest’idea non c’è altro. Difatti l’operaio in definitiva non sa perché sciopera. Ciò che è logico dedurre dalla situazione è che (in definitiva) gli scioperi sono diretti ed organizzati, ma da chi?”.

Domanda retorica almeno per i poliziotti della Repubblica poiché essi ritengono di vedere la presenza dei comunisti dietro ogni movimento e manifestazione popolare. E tuttavia avvertono anche che gli industriali, quando pure manifestano una lealtà di facciata verso il governo, sono ormai in rotta di collisione con il fascismo e addirittura in alcuni casi sono sostenitori e finanziatori delle formazioni ribelli di orientamento moderato e “registi” di alcune proteste che hanno l’obiettivo di limitare la produzione.

(Liberamente tratto di Gianni Sciola, “Socializzazione ed economia di guerra”, in Il Calendario del Popolo, n° 583 Anno 50°, pag. 30 e segg.)


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