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20.02.2014

Cercasi nuovi inquilini per Palazzo Madama, ma il trasloco è difficile

di di Francesco Palladino

A colloquio con Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, sulle riforme del sistema politico e istituzionale.


Sembra un’ovvietà: il nostro sistema politico e istituzionale ha necessità di essere rimodernato e aggiornato con serie riforme. Da oltre trent’anni il Parlamento cerca di approvare modifiche alla Carta fondamentale: la prima Commissione incaricata di questo compito fu quella presieduta dall’onorevole Aldo Bozzi (1983-85), poi fu la volta della Commissione De Mita-Iotti (1993-94). Qualche anno dopo (1997-98) D’Alema rinnovò il tentativo riformista, ma Berlusconi lo fece fallire. Poi ci fu il referendum del 25-26 giugno 2006 che bocciò con larga maggioranza la legge di revisione di quasi tutta la seconda parte della Costituzione, approvata dal governo Berlusconi. Infine, nel corso del 2013, comitati di “saggi” hanno lavorato per proporre le modifiche possibili della Costituzione.
E adesso sotto l’impulso del “rinnovatore” Matteo Renzi, premier a soli 39 anni, si discute del percorso parlamentare per le riforme. Nel documento approvato il 13 febbraio dalla direzione Pd «per un nuovo esecutivo che si ponga l’orizzonte naturale della legislatura» (fino al 2018, quindi!) c’è l’impegno chiaro, confermato nel discorso in Parlamento per la fiducia, di «portare a compimento il cammino delle riforme avviato con la nuova legge elettorale e le proposte di riforma costituzionale riguardanti il titolo V e la trasformazione del Senato della Repubblica».
Ancora più precisamente nella precedente direzione Pd del 6 febbraio Renzi aveva indicato le linee guida del cambiamento: «Il Senato diventerà la Camera delle autonomie, non elettiva, senza indennità. Composta da 150 persone, di cui 108 sindaci di comuni capoluogo, 21 presidenti di regione e 21 esponenti della società civile, temporaneamente indicati dal Capo dello Stato per un mandato. Non voterà il bilancio, né la fiducia, ma concorrerà all’elezione del Presidente della Repubblica».
Si tratta di un’impresa difficile, laboriosa e soprattutto con tempi di realizzazione lunghi, un anno e mezzo o più, dal momento dell’inizio del dibattito parlamentare sul ddl costituzionale (occorrono due deliberazioni di ciascuna Camera, articolo 138 della Carta). Se non ci sarà, nella seconda lettura alle Camere, la maggioranza dei due terzi, si celebrerà anche il referendum popolare confermativo, con allungamento dei tempi di approvazione definitiva.
Tuttavia alcune riflessioni politiche e istituzionali sono utili, anche se potrebbero rimanere semplici analisi teoriche, accademiche, a futura memoria, perché, nonostante la dichiarata “ambizione” di Renzi sul governo costituente di legislatura, le elezioni politiche anticipate, dopo il semestre europeo a guida italiana, sono tutt’altro che tramontate, soprattutto se il leader non imparerà presto l’arte della mediazione.
Affrontiamo la delicata materia delle riforme a venire con il professor Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale, che è stato anche componente della commissione dei “saggi”, nominata dall’allora premier Letta l’11 giugno 2013.
D’accordo sul superamento del bicameralismo perfetto, ma il progetto su cui partiti e parlamentari stanno lavorando è coerente col nostro sistema politico e istituzionale?
«La riforma del Senato ha senso», mi risponde Onida, «se lo si trasforma in una Camera delle Regioni e delle autonomie, formata da rappresentanti delle istituzioni regionali e locali: presidenti delle Regioni, presidenti dei Consigli regionali, componenti eletti dai Consigli regionali fra gli stessi consiglieri, eventualmente sindaci e presidenti di Provincia eletti in ogni Regione dal Consiglio delle autonomie locali. L’ideale, secondo me, sarebbe che ogni delegazione regionale (formata da rappresentanti della Regione e degli enti locali della stessa) votasse unitariamente magari previa decisione anche a maggioranza, così che il Senato esprima davvero la voce delle Regioni. Non vedo, invece, un Senato in cui siano presenti come tali i sindaci dei Comuni maggiori o dei Comuni capoluogo, anche perché si darebbe così una rappresentanza (indiretta) alle popolazioni delle città a preferenza delle popolazioni dei centri minori e delle aree rurali, creando uno squilibrio rappresentativo. Ancor meno vedo la presenza in Senato di “personalità” nominate dal Presidente della Repubblica: vogliamo tornare al Senato regio? Il Senato, assemblea politica e legislativa, dovrebbe avere il compito di partecipare all’attività legislativa, con gli stessi poteri della Camera per quanto riguarda le leggi costituzionali e le grandi leggi che fissano i lineamenti del sistema autonomistico (leggi quadro, leggi sulla finanza regionale e locale, ecc.), e invece con semplici poteri di intervento e di emendamento per quanto riguarda le altre leggi, sulle quali la decisione finale spetterebbe comunque alla Camera. Il Senato non dovrebbe essere chiamato a votare la fiducia al Governo, mentre dovrebbe partecipare insieme alla Camera all’elezione del Capo dello Stato (in luogo degli attuali delegati delle Regioni), di una parte dei giudici della Corte costituzionale e dei componenti degli organi di governo delle magistrature (Consiglio superiore della magistratura ecc.). Infatti si tratta in questi casi di assicurare una rappresentatività più ampia, comprensiva del sistema delle autonomie territoriali».
Oggi il Presidente del Senato sostituisce il Capo dello Stato, se impedito (art.86): con la riforma sarà un rappresentante regionale a ricoprire questo ruolo come seconda carica dello Stato?
«Trasformando il Senato in Camera delle Regioni sarebbe opportuno affidare la supplenza del Presidente della Repubblica al Presidente della Camera dei deputati».
Insomma, gli ostacoli ci sono e non sarà facile raggiungere l’obiettivo di superare la forma bicamerale che ci siamo dati. Percorrendo i corridoi di palazzo Madama, già oggi, si ascoltano commenti increduli e diffidenti: «Voglio vederli i senatori che votano compatti la loro condanna a morte in pochi giorni, senza fare opposizione». E qualcuno ricorda anche il dibattito all’Assemblea Costituente, quando i padri della Patria osservarono che «il Senato deve essere composto di elementi che, anche per la loro età, diano garanzie di serenità, di obiettività e soprattutto di maggiore ponderatezza nelle deliberazioni che saranno chiamati ad adottare». Il vicepresidente leghista del Senato, Roberto Calderoli, si mette già di traverso: «Alla luce del superamento del bicameralismo, credo si debba aprire una discussione su quale ramo abolire». Perfino all’ex ministro delle Riforme, Gaetano Quagliariello, la proposta non va bene e dice: «Bisogna continuare a eleggere parte dei senatori. Il progetto è troppo sbilanciato sui sindaci e poi no ai nominati!»
L’altro grande obiettivo della riforma istituzionale è il radicale cambiamento del titolo V della
Costituzione (dall’articolo 114 al 133), con la cancellazione delle competenze concorrenti Stato-Regioni e il ritorno sotto il dominio centrale delle materie strategiche per il Paese (energia e reti di trasporto in primis).
«Sulla riforma del titolo V (relativo a Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane)», afferma Onida, «non vedo ancora una linea chiara. Non vorrei che si traducesse in un netto depotenziamento delle autonomie territoriali, che andrebbero sì riordinate, ma in un’ottica di sviluppo del principio autonomistico, di cui all’art. 5 della Costituzione. Non sono, inoltre, favorevole alla pura e semplice soppressione delle Province, che andrebbero sostituite dalle Città metropolitane nelle relative aree, e per il resto rimanere, riordinate quanto a territorio e funzioni, come enti di governo “di area vasta” nelle Regioni di maggiori dimensioni (nelle Regioni piccole le loro funzioni potrebbero invece essere assorbite dalla Regione)».
Ma per accelerare il processo legislativo non sarebbe più semplice modificare “subito” (come direbbe il neo premier Renzi) i regolamenti delle Camere?
«Per quanto riguarda il procedimento legislativo sarebbe giusto prevedere, con riforme regolamentari ed eventualmente anche costituzionali, procedimenti con termini certi per le leggi più importanti di attuazione dell’indirizzo politico di Governo, su cui la Camera vota la fiducia, eliminando l’abuso della decretazione d’urgenza e la prassi della approvazione, con il voto sulla questione di fiducia posta dal Governo, di maxi-emendamenti omnibus composti da centinaia di disposizioni diverse ed eterogenee».
Alle fine del percorso parlamentare delle riforme si può avere il referendum confermativo ex articolo 138: dovremo votare su un solo e unico quesito che racchiude tutti i mutamenti (giusti e sbagliati), come avvenne nel 2006 per la riforma della seconda parte della Carta?
«In ogni caso si dovrebbero approvare leggi costituzionali distinte sui singoli argomenti (riforma del Senato, titolo V, altro) consentendo così, nel caso di referendum, che gli elettori si pronuncino distintamente su ciascuno di essi».


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