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18.12.2013

Novantuno anni fa a Torino: la strage del XVIII Dicembre.

di ANPPIA Nazionale, da anarcopedia.org

Una delle pagine più tragiche della violenza fascista. Per non dimenticare


Si definisce comunemente Strage di Torino l’eccidio commesso nel capoluogo piemontese dalle squadre fasciste nelle giornate dal 18 al 20 dicembre 1922: secondo le fonti ufficiali, furono uccisi 11 antifascisti, mentre una trentina furono i feriti.
Generalmente si ritiene che la strage costituì la rappresaglia per l’uccisione, avvenuta la sera precedente, di due fascisti che, insieme con un altro squadrista, avevano tentato di assassinare un militante comunista che si difese sparando: esiste tuttavia anche l’ipotesi che i fascisti avessero già predisposto un’azione criminosa volta a « punire » la città di Torino, particolarmente ostile al fascismo, e che l’episodio ne abbia soltanto fornito un pretesto e anticipata l’esecuzione.
Alle vittime è stata intitolata a Torino la piazza XVIII Dicembre, sulla quale si affaccia la stazione ferroviaria di Porta Susa.
Dal 31 ottobre 1922 Mussolini era capo di un governo di coalizione che univa reazionari e conservatori: fascisti, popolari, liberali e i sedicenti radicali del Partito della Democrazia Sociale. Mussolini vi aveva assunto anche la carica di ministro degli Interni, mentre il fascista Aldo Oviglio deteneva il portafogli della Giustizia. Capo della Polizia era stato nominato l’11 novembre il fascista Emilio De Bono che, appena insediato, si era proposto di riformare l’organismo per renderlo sempre più funzionale agli interessi del nuovo Regime. Naturalmente, oltre ad aver ottenuto il governo istituzionale del Paese, il fascismo intendeva mantenere il controllo del territorio attraverso le sue squadre, illegali ma sempre tollerate e persino favorite dalle forze dell’ordine della Polizia, dei Carabinieri e delle Guardie regie.
Prima ancora della cosiddetta Marcia su Roma, il 17 settembre era stata costituita a Torre Pellice la “Milizia fascista”, embrione di quella “Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale” che, costituita dal governo Mussolini il 14 gennaio 1923, sarà un Corpo militare di Stato con funzioni di « ordine » pubblico. Il quotidiano di Mussolini « Il Popolo d’Italia » aveva comunicato il 3 ottobre il Regolamento di disciplina di questa milizia, definita « volontaria o per mercede », che la rendeva un’organizzazione di tipo para-militare, divisa in “legioni”. Capo degli Milizia era il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi, che aveva ai suoi diretti ordini il capitano Cesare Forni, capo delle legioni dell’Alta Italia; capi delle “coorti” torinesi erano il marchese Carlo Scarampi del Cairo, il capitano Cagli e i tenenti Cerutti e Piero Brandimarte, quest’ultimo destinato, unicamente grazie ai suoi meriti squadristici, a diventare niente di meno che generale.
Il tenente Dante Mariotti ebbe la responsabilità dei “veliti”, squadre formate da poche persone che sparavano, bastonavano e sùbito fuggivano, mentre incarichi più strettamente politici erano chiamati a svolgere Annibale Monferrino, Luigi Voltolina, Mario Gioda, amico personale del duce, e Massimo Rocca, membro della Direzionale nazionale del PNF.
Il Piemonte, nel suo complesso, era stato sufficientemente « normalizzato » dalle aggressioni mirate alle sedi di partito, di sindacato, dei circoli e della stampa della sinistra, che raggiungevano spesso lo scopo di intimidire e disperdere militanti e simpatizzanti delle uniche forze realmente in grado di opporsi all’avanzata del fascismo, i quali finivano in buona parte per non partecipare più alla pubblica attività politica, lasciando il campo libero ai fascisti e a coloro che nel fascismo avevano creduto di individuare la forza che avrebbe liberato l’Italia dal « pericolo rosso ». Era stato il caso di città come Alessandria, Biella, Novara, ma non di Torino.
Come scriveva « L’Ordine Nuovo » del 18 ottobre, « Il difetto vitale, organico, incurabile del fascismo torinese è nella base della sua organizzazione: nei suoi componenti, accozzaglia eterogenea di studenti sfaccendati, di disoccupati piccolo-borghesi, di spostati dalla guerra, di gente che ha poco da perdere e si propone solo di realizzare fini immediatamente personali di egoismo e di vendetta. Tutta l’azione militare fin qui compiuta ufficialmente dal fascismo torinese – a parte le sfilate innocue – non si basa infatti sulla massa, ma su pochi uomini decisamente d’azione, parte volontari e parte avanzi da galera prezzolati. Tutta l’efficienza del fascismo torinese sta normalmente su queste ultime e poco numerose categorie di “veliti” disperati. Il resto è coreografia ».
Vi era verità in quest’analisi, ma anche sottovalutazione della possibilità di crescita del movimento fascista, in sé minoritario ma portatore di quella politica reazionaria che liberali e gran parte dei popolari ritenevano necessaria per sconfiggere il socialcomunismo senza favorire una deriva totalitaria. Il 15 ottobre il segretario torinese del Partito popolare, Attilio Piccioni, aveva preannunciato la tattica che quel Partito avrebbe effettivamente adottato qualche settimana dopo, entrando nel governo mussoliniano: « La sola via possibile è l’assorbimento del fascismo per parte dello Stato […] è necessario che il fascismo rinunci pregiudizialmente alla sua azione illegale, armata, anticostituzionale. Se sarà necessaria la collaborazione con il fascismo per assorbirlo, noi accetteremo anche questo sacrifizio ».
Da parte loro, i socialisti non credevano alla possibilità di successo dei fascisti, prevedendo proprio quel compromesso con Mussolini auspicato da liberali e popolari che, a loro dire, non avrebbe mutato il solito corso della politica conservatrice italiana, mentre i comunisti italiani, pur prevedendo la conquista del potere del fascismo, ostentavano indifferenza: nella relazione redatta a metà ottobre per il IV Congresso dell’Internazionale comunista, dichiararono che « il fascismo arriverà al potere e apporterà solo questo rinnovamento: che, mentre gli attuali governanti pseudo-liberali aiutano e appoggiano la reazione, il prossimo governo fascista eserciterà esso stesso direttamente la reazione ». Di conseguenza, l’ordine dato ai militanti era di « non assumere alcuna iniziativa e di agire solo in casi di attacchi e provocazioni dirette contro il proletariato e i suoi istituti ».
Intanto, a Torino, da settembre vi era un nuovo prefetto, Carlo Olivieri, trasferito da Bari dove si era reso meritevole, agli occhi del fascismo, per aver consegnato la città alle bande del ras pugliese Giuseppe Caradonna, impiegando l’esercito per chiudere la Camera del Lavoro. Appena arrivato a Torino, fece perquisire la sede de « L’Ordine Nuovo », guadagnandosi la lode della devecchiana « Gazzetta del Popolo » e la benevolenza, per bocca de « La Stampa », degli industriali che, scontenti della politica economica di Giolitti e poi di quella del Facta, da più di un anno finanziavano il Fascio torinese perché portasse la città alla « normalizzazione ». Il 10 novembre 1922, infatti, i primi atti del Consiglio dei ministri del nuovo governo fascista furono a favore dei grandi industriali: fu abolita la nominatività dei titoli azionari, furono rivisti a loro favore i contratti per le forniture militari, fu ridotta l’imposta di successione e fu ritirato il progetto di riforma agraria già presentato alla Camera dal precedente governo Facta.
Il 28 ottobre squadre fasciste torinesi avevano disarmato impunemente una cinquantina di alpini davanti alla Caserma Rubatto, allontanandosi indisturbati con il bottino. Il giorno dopo fu devastata la sede de « L’Ordine Nuovo », in via Arcivescovado 3, sotto gli occhi compiaciuti del capo della squadra politica della Questura, il commissario Mariano Norcia, che pure era al comando di alcuni reparti del 91° Reggimento Fanteria, e del vice-questore Odilio Tabusso. Seguirono assalti e saccheggi dei negozi alimentari – i cosiddetti « distributori » gestiti dall’Alleanza Cooperativa Torinese, storica cooperativa della sinistra cittadina, diretta espressione dell’Associazione Generale Operaia – conclusi con l’incendio della Camera del Lavoro nella notte del 2 novembre. Il 29 novembre veniva ucciso il comunista Pietro Longo: uno degli assassini, il fascista Maurizio Vinardi, due mesi prima aveva anche tentato di uccidere l’anarchico Giovanni Vaudano che, denunciato il fatto, mentre il suo aggressore era stato rilasciato, si era visto arrestare con l’imputazione di « canti sovversivi ».
Intanto nella FIAT – come nelle altre fabbriche dopo la fine delle occupazioni – era avvenuta la « normalizzazione »: la fine delle grandi commesse di guerra aveva gettato sulla strada 1.300 operai e il rinnovamento tecnologico aveva aumentato la produttività senza che a essa seguissero incrementi salariali. Rimaneva il problema delle commissioni operaie presenti nelle fabbriche e molto meno accomodanti dei sindacalisti riformisti, e sul tema Giovanni Agnelli si mostrava pubblicamente democratico: « I sindacati ci vogliono », concedeva in un’intervista, precisando subito « ma devono essere apolitici! ».
L’ex tribuno socialista Benito Mussolini – che da otto anni percepiva finanziamenti da agrari e industriali – era perfettamente d’accordo: parlando alla Fonderia Gomboloita di Milano il 1° dicembre 1922 di fronte a industriali e a operai selezionati per l’occasione tra i simpatizzanti fascisti, ammetteva che « gli operai hanno creduto di doversi e potersi rendere estranei alla vita nazionale » – cioà alla reazione fascista – e minacciava: « se vi saranno minoranze ribelli e faziose che cercheranno di opporsi, esse saranno inesorabilmente colpite ». Quest’ordine non era certo nuovo, sulla bocca di Mussolini, ma ora aveva il crisma dell’ufficialità e dell’autorevolezza data dal potere conferitogli dal re e dalla maggioranza del Parlamento.
Francesco Prato era nato nel 1889 a Valmacca, in provincia di Alessandria. Era venuto a Torino giovanissimo, abitava a pensione in corso Spezia, nel quartiere operaio di Barriera Nizza, e aveva trovato lavoro come bigliettaio dei tram. Socialista, nel 1921 aveva aderito al Partito comunista. Come scrisse due anni dopo un giornalista de « l’Unità » il Prato, « temperamento audace, battagliero, insofferente d’ogni sopruso e d’ogni prepotenza, incuteva timore agli stessi fascisti. Ovunque si trattava di difendere dei compagni o delle istituzioni proletarie dalle violenze delle camicie nere, il Prato si trovava in prima linea ». Odiato dai fascisti, sapeva che la sua vita, nelle condizioni dell’Italia di allora, era legata a un filo: « e alla pelle Prato ci pensò. Non cessò mai la sua attività politica ma, ad ogni buon conto, non uscì mai senza la rivoltella in tasca ».
La sera del 17 dicembre 1922, una fredda e nebbiosa domenica, il Prato, mentre, concluso il suo turno di lavoro, stava andando a trovare la fidanzata, fu atteso per strada da tre fascisti che gli spararono colpendolo a una gamba. Si difese sparando a sua volta, ferendone mortalmente due, il ferroviere Giuseppe Dresda e lo studente Lucio Bazzani, mentre il terzo, l’artigiano Carlo Camerano, rimasto solo leggermente ferito, si dava alla fuga correndo ad avvisare dell’accaduto i suoi camerati. Prato trovò rifugio in casa di amici dove, tenuto sempre nascosto, qualche giorno dopo un medico dell’Alleanza Cooperativa l’operò estraendogli il proiettile e ingessandolo. La vita del Prato non valeva più niente in Italia e il Partito decise di farlo espatriare: il 17 febbraio Paolo Robotti e le sorelle Rita ed Elena Montagnana lo portarono in auto a Milano da dove altri compagni lo trasferirono in Svizzera, a Zurigo, e di qui in Unione Sovietica, dove passerà il resto della vita.
Alle origini della sparatoria vi era un particolare odio tra il Prato e il Camerano, che non si sa se fosse causato anche da motivi extra-politici. In luglio Prato spedì dalla Russia una lettera al Camerano, il quale aveva testimoniato alla polizia che era stato Prato a sparare a tradimento prima al Dresda e poi a lui e al Bazzani. Nella lettera era scritto che il Camerano « era la causa di tutto. Io non mi trovo pentito affatto di ciò che feci, capo primo, perché eravate dei fascisti, e secondariamente son stato aggredito a mano armata. Se tu non farai la dichiarazione giusta di quella notte come ci incontrammo, la pagherai. Ricordati bene che eravate in tre, mi avete affrontato con le rivoltelle alla gola e mi avete sparato, e io mi son difeso. A me non importa nulla di prendermi l’ergastolo, ma voglio che la popolazione sappia come venne lo scontro, che possa calcolare ove era di più la delinquenza ».
Giustamente, il Prato aveva previsto cosa sarebbe avvenuto al processo, che fu sbrigato in poche ore, il 20 ottobre 1924. Tutti i testimoni erano fascisti, la stessa lettera del Prato rappresentava una confessione e non importava ai giudici fascistizzati che egli fosse l’aggredito, come ricordò inutilmente Salvatore Paola, l’avvocato d’ufficio dell’imputato latitante, chiedendo l’assoluzione per legittima difesa. Secondo i giudici « il Prato premeditava di assalire i fascisti e di sparare contro di essi » e perciò lo condannarono all’ergastolo.
Il Regime farà naturalmente dei due squadristi dei « martiri » e il 28 settembre 1934 le due pallottole che li uccisero saranno richieste, in quanto « cimeli » da esporre in una mostra, dal IV Gruppo Rionale Fascista di Torino « Lucio Bazzani ». Il dottor Majola, Procuratore Generale del Re, accogliendo sollecitamente la richiesta il 30 settembre, sottolineava – associando, secondo l’abitudine del Ventennio, la retorica al ridicolo – come « i segni del martirio e della bieca, selvaggia aggressione debbano avere degna sede in una mostra che eternamente sia di esempio e di ricordo per le generazioni della nuova Italia ».
Quella sera la legione fascista di Torino con il “console” Piero Brandimarte in testa, aveva festeggiato al Teatro Alfieri la costituzione della nuova squadra « Francesco Baracca », comandata dall’attore Carlo Tamberlani: madrina della cerimonia l’attrice Alda Borelli, sorella della più nota Lyda; erano presenti anche squadre fasciste provenienti da Parma[13]. Dopo i discorsi di rito, gli squadristi, in numero di due o tremila, attraversarono cantando la città fino alla sede del Fascio, sul Lungo Po di corso Cairoli.
La mattina dopo, 18 dicembre, si potevano vedere nelle strade del centro « gruppi di camicie nere provenienti da altre città: essi erano armati di pistola, di manganello e avevano a tracolla una coperta arrotolata […] altri gruppi di fascisti forestieri appollaiati persino sui predellini e parafanghi di alcune automobili saettanti, brandivano pugnali, pistole, e gridavano per terrorizzare i passanti. Ci parve di capire la vera ragione dell’affluenza a Torino di squadristi da altre località […] i caporioni fascisti, per giustificare il massacro che si apprestavano a scatenare contro gli antifascisti torinesi, prendevano a pretesto la batosta che il nostro compagno Prato aveva inferto ai loro sgherri ».
Quella stessa mattina Mussolini parlava al Grand Hôtel di Roma ai fascisti venuti ad ascoltarlo da Siena: « Gridatelo. Lo Stato fascista è deciso a difendersi a tutti i costi coll’energia più fredda e inesorabile. Sono il depositario della volontà della migliore gioventù italiana. Ho doveri terribili da compiere e li compirò ». Dalle 11, come scriveva nel suo diario, il vice-questore Tabusso era a colloquio in Prefettura con il vice-prefetto, con il segretario del Fascio piemontese Marchisio e con due comandanti di squadre.
Alle 11.30 una cinquantina di fascisti fecero irruzione nella Camera del Lavoro, al numero 12 di corso Siccardi: vi erano poche persone. Trovarono e bastonarono il deputato socialista Vincenzo Pagella, il ferroviere Arturo Cozza e il segretario della Federazione dei metalmeccanici, l’anarchico Pietro Ferrero, e poi li lasciarono andare. Date le circostanze, era un trattamento di favore: i fascisti non erano ancora intenzionati a uccidere, forse perché non ne avevano ancora l’ordine.
Poco dopo mezzogiorno, l’incontro in Prefettura si concluse. Le autorità decisero di non mobilitare le forze dell’ordine: « Dovevo essere proprio io – dichiarò poi il vice-questore – a correre l’alea di un sicuro conflitto e tentare di fare quello che in passato e in condizioni più favorevoli e più propizie non avevano voluto fare altri assai più autorevoli di me? ».
Già: perché mai doveva essere proprio questo « servitore dello Stato » facente funzione di questore ad assicurare l’ordine pubblico? Giudicando con il senno di poi, è lecito ipotizzare che in quella riunione sia stato deciso, su istruzioni provenienti da Roma, di lasciare mano libera ai fascisti per una rappresaglia che servisse a dare una lezione ai « sovversivi » e a far capire, se ve ne fosse stato il bisogno, chi fosse ora a comandare nel Paese. Lo confermerebbe il telegramma inviato in serata allo stesso Tabusso da De Vecchi: « Per affetto che mi lega a Torino et miei fascisti et per sua nota energia raccomando ambito limiti istruzioni superiori massima energia anche evitare mia venuta deciso purificare et punire per sempre ». Insomma, queste criptiche istruzioni superiori sembravano prescrivere: ammazzate pure, ma senza esagerare.
Il “console” Pietro Brandimarte, intervistato il 19 dicembre – il giorno dopo l’inizio della strage – da « Il Secolo » di Milano, dichiarò che per reagire al « vigliacco attentato », circa tremila fascisti erano stati mobilitati: « Abbiamo voluto dare un esempio […] questa rappresaglia io la ritengo giusta. Noi abbiamo colpito senza pietà chi ci aveva provocato e abbiamo colpito i sovversivi nel loro covo di Barriera di Nizza. I comunisti sono avvisati. Abbiamo l’elenco di tutti loro e se si verificheranno altri incidenti gravi come questi, noi li scoveremo e daremo altri esempi ».
Lo stesso Brandimarte fu ancora più esplicito quasi due anni dopo: il 24 giugno 1924 dichiarò al « Popolo di Roma » che la rappresaglia era stata « ufficialmente comandata e da me organizzata […] noi possediamo l’elenco di oltre tremila nomi sovversivi. Tra questi tremila ne abbiamo scelto 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre migliori squadre, perché facessero giustizia ».
Dunque, secondo Brandimarte, 24 erano state le persone da uccidere, ma ne furono uccise 22 perché due erano « scampati alla fucilazione ». All’insistenza del giornalista, che gli faceva notare come questura e prefettura avessero comunicato un numero inferiore di vittime, Brandimarte ribadiva con ferma arroganza: « Cosa vuole che sappiano in questura e prefettura? Io sarò ben in grado di saperlo più di loro […] gli altri cadaveri saranno restituiti dal Po, seppure li restituirà, oppure si troveranno nelle fosse, nei burroni o nelle macchie delle colline circostanti ». In effetti, riportava il quotidiano, la maggior parte delle vittime era stata portata in riva al Po o nella collina che sovrasta la città per essere giudicata da una « corte marziale » di squadristi e poi « giustiziata » da un « plotone di esecuzione ».
Brandimarte confermava, infine, che il capo « del fascismo torinese è l’on. De Vecchi. Egli ci ha telegrafato, come è noto, per condividere in pieno la responsabilità della nostra azione ».
Dunque, Brandimarte e De Vecchi sono sicuramente i responsabili dell’eccidio. Nessuno ha mai indicato come superiore mandante il nome di Mussolini. Si sa che egli telefonò al prefetto di Torino, un giorno immediatamente successivo alla strage: « Come capo del fascismo mi dolgo che non ne abbiano ammazzati di più; come capo del governo debbo ordinare che vengano rilasciati i comunisti arrestati ».
Un’interessante testimonianza è quella da Federico Picolotti.[31] Socialista, operaio della FIAT, il 19 o 20 dicembre 1922 fu convocato in direzione, dove si trovò di fronte Giovanni Agnelli, altri due dirigenti, e Pietro Brandimarte, rivestito della sua brava divisa nera e grigio-verde con stivaloni e frustino. Questi gli chiese a quale partito appartenesse e alla risposta del Picolotti, dopo aver scorso dei nomi scritti su un suo taccuino, disse che il suo nome non era compreso « tra quelli da ammazzare ». Si offrì di concedergli un salvacondotto, dal momento che i suoi fascisti lo stavano cercando, e si congedò. A quel punto Agnelli rassicurò l’operaio, perché della questione avrebbe parlato con Mussolini. Qualche giorno dopo gli riferì di stare tranquillo, che « nessuno gli avrebbe fatto del male ».

Sono Passati 91 anni, per non dimenticare e vigilare sempre.


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