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NEWS
16.10.2013

Il boia di mio padre

di Guido Albertelli

La morte di Priebke non cancella il dolore.


È morto un infame, perché solo così può essere definito un individuo come Erich Priebke che, dopo aver anche direttamente partecipato all’eccidio di 335 persone, non solo non ha mai avuto, durante tutti i lunghi anni che sono seguiti, il minimo pentimento, ma si è, anzi, sempre vantato di aver fatto il proprio dovere.

Personalmente, ogni volta che ho visto una sua foto, l’ho sempre immaginato all’imboccatura delle Cave Ardeatine, con la penna in mano a spuntare, uno a uno, le vittime che andavano al martirio.

Oggi penso: peccato che sia morto! Non potrà più realizzarsi il mio sogno che chiamavo il percorso della colpa. Io avrei portato i fiori e lui sarebbe dovuto passare tra le tombe ripetendo, uno a uno, i nomi che aveva letto in quella lista.

Questo boia mi ha tolto il padre e non era un padre comune. Antifascista a vent’anni, capo partigiano, filosofo insigne, apostolo nella scuola. Pilo Albertelli aveva solo 37 anni quando fu ucciso e chissà quanto deve aver sofferto, costretto a salire sui cadaveri dei suoi compagni di lotta che si erano stretti, ancora una volta, intorno a lui, come risulta dai numeri della riesumazione.

Priebke ha vissuto indisturbato all’estero per 50 anni in una sua “serenità senza colpe”, come egli diceva. Noi, orfani dei caduti, gli anni li abbiamo vissuti, invece, in una memoria senza fine, triste come può essere un sentimento che, man mano, viene dimenticato attorno a noi, ma che mai lo sarà nei nostri cuori di antifascisti.

Sicuramente l’infame, quando dormiva, non sentiva i colpi di pistola o le grida e le invocazioni dei moribondi, ma noi parenti siamo e saremo sempre perseguitati dagli incubi di quella strage orrenda.


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