|
Cosa resta dell'insegnamento di Tito
E' servita l'eroica lotta della Resistenza?
di
Enzo Maggi
Nel
mese di maggio del 1980, esattamente il giorno 7, dopo aver subito per
intere settimane il cosiddetto accanimento terapeutico da parte di una
prestigiosa équipe internazionale di medici, si spegne il maresciallo
Tito (Josip Broz), presidente dell'allora R.S.F. di Jugoslavia. In occasione
dei suoi funerali a Belgrado, la comunità politica internazionale, quasi
unanime, rende un sincero omaggio, riconoscendone l'elevata statura
politica, allo statista e all'uomo politico che in virtù della sua fede
di rivoluzionario e di patriota, affrontando per oltre quaranta anni
difficoltà enormi e situazioni estremamente complesse, ha conquistato
un importante ruolo sulla scena politica internazionale.
Inoltre, sotto la sua guida, la Jugoslavia ha conquistato simpatie e
rispetto da parte dei paesi in via di sviluppo e della stessa Europa.
Molti osservatori, riferendosi alle forme d'amalgama costituzionale
realizzato nel dopoguerra nell'ex regno plurietnico jugoslavo, allora
avevano definito l'opera di Tito un capolavoro d'architettura politica
e costituzionale. Tito, ex operaio metallurgico d'origine croata, nasce
politicamente nel 1917, dopo la rivoluzione russa d'ottobre quando dopo
due anni di prigionia in quanto sottufficiale dell'esercito austroungarico,
aderisce al movimento rivoluzionario e fa le sue prime esperienze d'agitatore
a fianco dei bolscevichi.
Al suo ritorno in patria, Tito si afferma rapidamente come organizzatore
sindacale rivoluzionario. Il paese è in vivo fermento politico; sono
coinvolti, in sostanza, tutti gli strati sociali. Il passaggio da uno
stato all'altro per le molte regioni dell'ex impero asburgico entrate
a far parte del cosiddetto regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni,
genera infiniti problemi sia di natura economica (perdita dei mercati
tradizionali e quindi disoccupazione elevata) ma soprattutto di carattere
politico, a causa dell'emergere dei primi conflitti tra le nazionalità.
La piccola borghesia contadina croata, tradizionalmente rappresentata
dal partito contadino, di tendenze repubblicane e autonomiste, con la
nuova costituzione dettata dal partito della monarchia serba (karagheorghevic)
vede tradire le premesse d'autonomia riservate alla Croazia e per lungo
tempo rifiuta di partecipare alle sedute del parlamento.
E in agitazione sono pure gli albanesi del Kosovo, i mussulmani di Bosnia,
i macedoni e montenegrini. Già nei primi anni '20 i conflitti di natura
etnica sono talmente acuti a causa principalmente dell'ostinata politica
accentratrice della monarchia serba, che il Comintern da Mosca esorta
i comunisti jugoslavi (un piccolo partito settario e frazionista) a
battersi per l'indipendenza nazionale della Croazia, della Slovenia
e della Macedonia.
E tale direttiva resta immutata fino al momento dell'avvento di Hitler
in Germania e del profilarsi del pericolo nazista in Europa. Tito si
afferma come massimo dirigente del partito nella seconda metà degli
anni '30, quando tra l'altro promuove il movimento di solidarietà con
la Spagna repubblicana e organizza, in clandestinità, l'invio dei volontari
a combattere per la causa antifascista. Con l'invasione della Jugoslavia
da parte degli eserciti nazifascisti, nell'aprile del 1941, si realizzano
immediatamente i programmi degli ustascia croati di Ante Pavelic: la
proclamazione dello stato indipendente di Croazia che comprende anche
l'Erzegovina e ampie fasce territoriali della Bosnia. Il resto della
Jugoslavia passa sotto la diretta occupazione tedesca (Serbia), italiana,
(Montenegro, Dalmazia e Slovenia) bulgara (Macedonia), ungherese (Vojvodina),
ecc. Pavelic è un criminale politico noto a tutte le polizie europee;
è stato per lunghi anni al soldo del governo di Mussolini, mentre i
suoi uomini sono stati addestrati in Ungheria. Protetto dai nazisti
e benedetto dalle autorità religiose di Zagabria, il regime ustascia
si abbandona ad efferati atti criminali contro le minoranze serbe, contro
gli ebrei, i rom e naturalmente contro gli antifascisti, comunisti e
non.
Tuttavia nonostante la ferocia del regime, Pavelic a lungo conserva
un certo grado di consenso tra la popolazione civile tanto forte è l'ostilità
accumulata dai croati verso la monarchia serba. E fenomeni analoghi
anche se di dimensioni più ridotte, si verificano all'ombra degli occupanti
anche in Bosnia tra i mussulmani nel Kosovo, dove i nazionalisti albanesi
si arruolano numerosi nelle formazioni militari sotto il segno della
croce uncinata per combattere serbi e comunisti. Ed è in questo contesto
segnato appunto dal generale disorientamento della popolazione, dalla
sistematica e talvolta molto abile strumentalizzazione dei sentimenti
della gente comune, dalla soppressione di ogni libertà che genera apatia
e rassegnazione, che Tito riesce a promuovere i primi atti di resistenza
al nemico.
E' subito una resistenza politicamente e ideologicamente ben caratterizzata.
I primi uomini attorno a Tito sono combattenti esperti nell'attività
clandestina e nell'organizzazione militare, ma soprattutto capaci di
attuare la linea da seguire affinché una resistenza armata di piccoli
gruppi metta radici tra le masse e si trasformi in resistenza e guerra
di popolo.
In questi momenti appunto Tito, prima che capace soldato si rivela stratega
politico gettando le fondamentali premesse per la creazione di quelle
istituzioni che caratterizzeranno a lungo lo stato jugoslavo. Tito,
infatti, insieme ai suoi compagni di partito, recluta partigiani e collaboratori
non già facendo appello a generici sentimenti patriottici e tantomeno
alla fedeltà verso la monarchia in esilio, come in quel momento sta
facendo il colonnello Mihailovic rappresentante del re in terra serba,
ma parla di uguaglianza tra le singole nazionalità, di rispetto delle
minoranze, di autonomia delle singole regioni nell'ambito di uno stato
federale, cioè di fratellanza e unità (bratstvo i jedinstvo), quindi
anche dell'abolizione dei privilegi di classe, delle discriminazioni
razziali e religiose, della giustizia sociale garantita da un potere
popolare e socialista.
Questa prospettiva rivoluzionaria aperta per tutte le nazionalità del
paese, anche se a prezzo di enormi sacrifici da parte dei combattenti
e di quella parte di civili che fiancheggiano la resistenza, porta infine
alla liberazione totale della Jugoslavia.
Il movimento partigiano e Tito conquistano ammirazione e prestigio presso
tutto il mondo antifascista; la nuova Jugoslavia che esce dalla resistenza
riceve un definitivo riconoscimento da parte delle potenze alleate.
Dopo la fondazione del nuovo stato federale e repubblicano, mentre si
avvia la ricostruzione e si formulano i primi piani per la socializzazione
dell'economia, Tito deve affrontare complessi problemi di politica estera;
quello di Trieste e dell'Istria, nel quale evidentemente per ragioni
di equilibri politici nei rapporti tra le singole nazionalità, egli
lascia eccessivi spazi di autonomia iniziativa al nazionalismo croato
e sloveno, cosa che rende estremamente tese le relazioni con il governo
italiano, nonché quello della progettata federazione tra la Jugoslavia
e la Bulgaria.
Progetto fallito in breve tempo a causa soprattutto del vieto sovietico
e che rende palesi i primi attriti tra Stalin e Tito. E non si tratta
di malintesi o temporanei attriti. Nel mese di giugno del 1948, mentre
già sta maturando il clima da guerra fredda in Europa, l'Ufficio Informazioni
dei partiti comunisti, dopo un intenso scambio di polemiche, non rese
pubbliche, con il p.c. jugoslavo, decreta che Tito è un lacchè dell'imperialismo
e che i dirigenti comunisti jugoslavi sono una banda di spie e di assassini.
Stalin è certo di abbattere Tito con estrema facilità, muovendo il suo
dito mignolo.
Ma non è così. Salve poche eccezioni, più frequenti in Croazia e nel
Kosovo albanese, i comunisti jugoslavi appoggiano la ferma resistenza
di Tito contro l'aggressione di Mosca. In quel momento Tito raccoglie
il massimo consenso nel paese, mentre la sua posizione suscita grande
interesse sulla scena politica internazionale. Il clima di tensione
alla frontiera jugoslava si riflette anche sulla pianificazione economica,
ma le gravi difficoltà vengono, con gli anni, superate grazie all'intervento
di istituzioni finanziarie internazionali.
Già in pieno clima di guerra fredda, dopo la guerra di Corea, Tito avvia
il dialogo con paesi al di fuori dell'area sovietica e nel 1954 la Jugoslavia
sottoscrive con Grecia e Turchia, che sono nell'orbita del Patto Atlantico,
il Patto Balcanico, mentre successivamente migliorano le relazioni con
l'Italia, dopo la soluzione della questione di Trieste.
Negli anni che seguono, gli sforzi del maresciallo Tito per distinguersi
sempre più dal sistema sovietico, anche dopo la formale normalizzazione
dei rapporti con Mosca (grazie all'iniziativa diplomatica di Krusciov)
si concretizzano nelle revisioni e ritocchi costituzionali tutte rivolte
a conferire sempre maggiori poteri decisionali alle singole repubbliche
e a perfezionare il meccanismo federativo del paese. Anche il partito
viene riorganizzato secondo il criterio federativo dando vita alle Leghe
dei comunisti in ogni singola repubblica o regione autonoma. Sempre
nell'intento di combattere la tradizione burocratica e centralizzatrice
dell'economia e dell'amministrazione, Tito appoggia con personale impegno
l'introduzione del sistema di autogestione che viene appunto esteso
a tutti i campi dell'attività produttiva.
Nei primi anni '60, Tito è molto attivo sulla scena politica internazionale;
il suo nome è legato al vasto movimento dei paesi non allineati come
suo principale promotore, insieme al Pandit Nehru. Lo sviluppo dell'economia
che le statistiche registrano verso la fine degli anni '60 nascondono
in realtà il crescente squilibrio tra una repubblica e l'altra. Quelle
di fatto e potenzialmente più ricche sono ovviamente la Slovenia e la
Croazia, mentre nel Kosovo gli albanesi insorgono contro Belgrado rivendicando
la creazione di una settima repubblica in modo che essi possano godere
di maggiore autonomia nell'ambito economico e sottrarsi al dominio dei
serbi.
Ma il pericolo serio per la Federazione viene dalla Croazia.
Il conflitto con Belgrado si fa via via sempre più acceso. Tutto l'apparato
di potere, dal governo repubblicano di Zagabria ai dirigenti della Lega
dei comunisti, insieme a professori e studenti dell'università, è ormai
mobilitato nella lotta contro Belgrado. A questo movimento partecipano
in prima fila anche gli intellettuali della Matica Hrvatska (Madrepatria
Croata), già molto attiva durante il regime ustascia.
Il processo contro i separatisti del 1971 si conclude con molte condanne
e una radicale epurazione dei quadri dirigenti. Ormai però in Croazia
si avverte ovunque che il fuoco sotto le ceneri si sta sempre più diffondendo
e nel breve volgere di alcuni anni il sistema federale è definitivamente
travolto dai particolarismi etnici, dai conflitti sul terreno costituzionale
ed economico tra le diverse repubbliche, conflitti che si concluderanno
con le drammatiche secessioni degli anni '90.
Tito avverte in più occasioni che non si arrenderà di fronte ai nemici
del socialismo e dell'unità jugoslava, ma si rende conto di non avere
attorno a sé uomini capaci e soprattutto sinceramente impegnati a difendere
quell'insieme di valori per i quali lui e migliaia di combattenti si
erano battuti durante la guerra. Negli ultimi anni promuove ulteriori
ritocchi alla costituzione e riduce il potere della repubblica serba
con la costituzione delle regioni autonome della Vojvodina e del Kosovo,
misura vana per quest'ultima regione, considerato l'immediato riacutizzarsi
del conflitto tra serbi e albanesi. L'ultima iniziativa di Tito, in
previsione della sua scomparsa, è la creazione di una Presidenza collegiale
di nove membri (le sei entità repubblicane e le due regionali più il
presidente della Lega) che esercitano la presidenza della Repubblica
con rotazione annuale.
La profonda disistima nei confronti dell'ultima leva dei dirigenti lo
rendono tuttavia consapevole che il destino della Jugoslavia è segnato.
E così, infatti, è stato.
|