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Le conversazioni dell'ANPPIA di VERONA

Lo stato fra globalizzazione e microidentità politica
del Prof. M. Pedrazza Gorlero (Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Verona)


La situazione del nostro tempo pone in evidenza la questione della crisi della sovranità dello Stato dovuta, da un lato, al fenomeno dei mercati sovranazionali, che va sotto il nome di globalizzazione, dall'altro alla comparsa dei nuovi soggetti di carattere religioso, etnico, politico che ci fa dubitare di alcune categorie, tra le quali la fondamentale per la modernità politica è la categoria dell'uguaglianza, che oggi forse è in lenta e progressiva eclissi.

Aspetti generali

Le nuove realtà ci sollecitano a rivedere le categorie politiche e giuridiche tradizionali affinché non diventino degli arnesi non più in grado di interpretare la realtà.
Nel secolo che è trascorso è stato fatto un grande tentativo: fondare una comunità politica basata su principi di ragione generale - attraverso la democrazia - per riuscire a creare un ambiente nel quale fosse possibile e dolce vivere, e ci siamo trovati a dover riaffermare con forza questi principi proprio nei momenti in cui erano maggiormente negati.
Siamo di fronte ad una transizione molto importante rispetto - per dirla marxianamente - ad un nuovo modo di formazione della ricchezza. Le vecchie categorie da questo punto di vista giocano solo in parte per rappresentare la nostra realtà. Quando si parla di globalizzazione si intende in genere un fenomeno nel quale il capitale finanziario si muove nell'ambito del pianeta ricercando le migliori remunerazioni che vengono offerte dai più differenti impieghi.
Dal punto di vista delle vecchie categorie la globalizzazione genera un fenomeno che è molto simile a quello della rendita: ciò che noi guadagniamo non è sempre il frutto del lavoro ma appartiene esso stesso al mondo della rendita, nel quale il capitale viene remunerato senza che ci sia lavoro alle spalle. Questo fenomeno che per certi versi conoscevamo già, adesso si è disteso sull'intero pianeta. Il fatto che il capitale finanziario metta in movimento migliaia di migliaia di miliardi ci può far comprendere perchè uno dei grandi temi dei prossimi anni sarà quello dell'impossibile distinzione tra la ricchezza da lavoro e la ricchezza da crimine: il capitale finanziario metabolizza dentro di sé qualunque tipo di ricchezza.
La globalizzazione ha degli aspetti di carattere negativo: togliere lavoro nella sede propria per spostarla in un altro, ma è anche portatrice di relativo benessere.
Se prendiamo in considerazione la società senza tenere conto delle fasce marginali, vediamo che c'è tra le classi medie un tenore di vita assai superiore a quello di un tempo, e anche le fasce di povertà sono diverse da quelle tra la prima e la seconda guerra e anche dell'immediato dopoguerra.
Il meccanismo del capitale finanziario si regge sulla massima possibile accelerata diffusione e quindi su una relativa possibilità di remunerare chiunque vi ricorra. Il solo fatto di mettere i risparmi in un fondo d'investimento anziché in un Buono del Tesoro dello Stato fa sì che in qualche misura si possa essere partecipi del fenomeno dell'arricchimento, ovviamente modesto, di massa, mentre nel capitalismo classico l'accumulazione tende a compensare soltanto un soggetto che è il padrone dei fattori della produzione.
Quindi nell'ambito del concetto di globalizzazione il capitale non solo è finanziario piuttosto che economico ma propende a presentarsi con caratteri di massa. L'idea che la ricchezza sia un fenomeno che riguarda tanti non può essere venduta soltanto con i mezzi di comunicazione di massa, deve avere dei referenti sul piano effettuale. Cioè ognuno di noi deve sentire che qualcosa di quello che viene detto, con enfasi e qualche volta con falsità, dai media si basi tuttavia su dati reali. Quello che certamente questo capitalismo globalizzato induce in noi è una preoccupazione che riguarda le regole perché esso si muove senza averne e ciò comincia a creare dei problemi di consenso negli Stati Uniti con la scoperta, per esempio, che si guadagna in un luogo nel quale non sono tutelate le libertà civili, le libertà fondamentali, i diritti fondamentali. La globalizzazione ha dei nemici proprio nella globalizzazione nel senso che se ci sono differenze di trattamento di un'impresa o di un capitale da un paese ad un altro il sistema si blocca.
Cosa accadrebbe se tutti i paesi che fanno cintura attorno alla Cina non riuscissero a mantenere il livello della loro concorrenza? O se la Cina riuscisse a fare in modo di attrarre tutti i capitali che vanno a cercare investimenti o remunerazioni? Il capitale verrebbe remunerato però si creerebbe un dissesto tale nelle economie circostanti per cui verrebbe rifiutato a livello politico. Non è vero, quindi, che la globalizzazione non abbia bisogno di regole e non è nemmeno vero che sia finita l'epoca nella quale è la politica a dettare delle regole.
Ma non so se la politica possa dettare delle regole al capitale finanziario che si muove nel pianeta. Esistono un numero cospicuo di istituzioni internazionali alle quali è stata ceduta anche la sovranità degli Stati. Pensate alla Banca centrale europea, la quale ormai governa, quanto meno a livello della moneta e delle azioni di politica economica connesse alla moneta, anche le attività che sono proprie degli Stati. Si può certo concorrere a creare una mentalità differente che invochi delle regole perché l'economia globale può reggere nella misura in cui stanno in piedi le comunità che l'economia globale vuole arricchire.
Lo Stato innanzitutto deve rendere competitiva la sua economia. Non c'è più la possibilità di preferire un sistema economico ad un altro. In questo siamo a sovranità limitata ma lo sono tutti coloro che scelgono l'economia di mercato, perché se non scelgono l'economia di mercato è l'economia di mercato che sceglie loro.
Basta vedere le trasformazioni nei paesi dell'area socialista e il loro disordine culturale ed economico per capire che cosa vuol dire lasciare andare in modo non regolato un'economia della quale non si hanno le basi culturali.
Quindi c'è un'incidenza sul mercato del lavoro.
Il discorso che concerne le flessibilità che i sindacati italiani hanno affrontato con grande maturità continuerà e in qualche modo deve essere forse assecondato creando le reti di protezione per un meccanismo che può produrre delle situazioni di margine. Altro salto di qualità, che è un salto di mentalità, è quello del welfare: il complesso delle tutele che la classe lavoratrice si è costruita in cento anni di storia. Qui c'è da innestare su un meccanismo di protezione sociale, che non può venir meno, una forma di investimento sul proprio futuro (detta volgarmente fondo pensioni).
Uno dei più grandi attori economici che c'è al mondo è il Fondo Pensioni della California. Avere una forma di protezione che concorre all'arricchimento di chi fa parte di questo fondo significa anche eliminazione o contenimento di costi rispetto alle prestazioni (mai però al livello degli Stati Uniti che sono al limite dell'inciviltà). L'adattamento della economia globale dentro la storia di un paese, dentro i suoi equilibri politici, dentro i suoi valori è un compito non da poco che dà un senso all'attività dello Stato che non è più il dominus del mercato, non stabilisce più i confini passando i quali si pagano dazi, ma che può fare in modo di mantenere le condizioni per il migliore sviluppo economico del paese e al contempo per guadagnare il consenso e per far sì che i cittadini si arricchiscano sia dal punto vista della moneta che dei servizi che non sono finanziati sempre dai lavoratori ma anche dalla remunerazione di questi capitali.
Le microstrutture politiche Abbiamo vissuto un periodo in cui il grande Stato liberale, dotato di una grande burocrazia efficiente a livello centrale, riconosceva a stento i corpi cosiddetti intermedi, cioè le forme di organizzazione politico-territoriale che sono invece state una delle caratteristiche dello Stato democratico.
Oggi ci sono una costellazione di soggetti nella quale lo stato è ancora in qualche modo il coordinatore.
I poteri pubblici sono suddivisi in regioni, province, comuni, circoscrizioni, comunità montane, che creano un sistema estremamente faticoso di organizzazione politica, rispetto al quale l'organizzazione economica ha invece un centro di direzione che è dentro normalmente una cassaforte nel Lussemburgo, in Svizzera etc. Rispetto alla globalizzazione, che va avanti secondo criteri di efficienza economica e quindi secondo principi di autorità (nelle imprese non c'è democrazia), occorre domandarsi come fa una politica che si basa sul consenso e quindi anche sul dissenso a reggere a lungo, a guidare un tipo di economia nella quale vivono principi che sono in parte principi opposti.
I nuovi soggetti I nuovi soggetti sono emersi, da un lato, con le rivendicazioni di natura territoriale che nessuno di noi era stato abituato a considerare proprio a causa del modo in cui è avvenuta l'unificazione del Paese e che anche il fascismo aveva cancellato del tutto; dall'altro lato l'immigrazione ha portato nuove culture e differenziazioni di carattere religioso.
Prima ancora e in mezzo il movimento delle donne ha introdotto un'esigenza fortissima di differenziazione come fattore di eguaglianza. Noi sappiamo che l'eguaglianza non è l'appiattimento del soggetto ma è appunto il fatto che ciascun soggetto sia collocato rispetto al parametro che si considera nella stessa identica posizione. Noi spesso pensiamo che l'eguaglianza sia un'eguaglianza orizzontale, mentre il concetto di eguaglianza è triangolare. Cioè l'eguaglianza è di un soggetto con un altro soggetto rispetto ad un'altra cosa (la legge per esempio). Questo però ha comportato dei fenomeni inquietanti come la costruzione dell'identità, che non rientra più nella differenziazione che è razionalmente e costituzionalmente tutelata. No, è un soggetto che va in quanto tale tutelato.
La tutela delle nazioni, per esempio, è uno dei concetti più terrificanti perché esse abbracciano territori amplissimi: la nazione araba, la nazione slava etc. le si considera portatrici non solo del diritto ad esistere ma spesso del diritto ad esistere in deroga, cioè con modificazioni, delle regole di uguaglianza: pensiamo a tutte le ritualità che riguardano le donne che vengono da alcune parti del mondo mussulmano. Bisogna rivedere le categorie perché ci sono dei soggetti che vogliono che la loro identità sia tutelata in quanto tale, indipendentemente da quelli che sono i dati della comune civiltà e pertanto considerano civile il rispetto della soggettività e non considerano civile il fatto che lo Stato intervenga per impedire pratiche e ritualità che sono contrarie alle nostre norme.
Ecco perché tutti si richiamano al concetto della garanzia delle differenze dentro l'eguaglianza, ed abbiamo chi lo interpreta alla francese: la integrazione avviene con il rispetto della religione che è un dato fondamentale della civiltà, ma con tutte le norme dell'ordine pubblico francese perché i cittadini che sono immigrati se vogliono diventare cittadini francesi conserveranno religioni, tradizioni differenti ma dentro un tessuto che è il tessuto ospitante.
Da noi, invece, con una cultura che viene chiamata della accoglienza, ma che talvolta è una cultura che semina difficoltà, si tende a difendere la identità così come si è costituita per tutelarla di per sé. Il che significa, per esempio, che bisogna insegnare l'arabo nelle nostre scuole e non l'italiano agli arabi che sono qui.
Ci sono problemi di cultura e non so se l'infibulazione delle ragazze sarà facile da estirpare, ma quando se ne viene a conoscenza deve essere repressa come forma di lesione grave fatta alla persona secondo il codice penale italiano e non pensando che negli altipiani eritrei o etiopici si pratica secondo usanze che per noi sono barbare ma là hanno una forma di colorazione tradizionale o religiosa. Il tema delle identità pone in primo piano il problema dello Stato, lo Stato che c'è in quanto riesce a dare una regola a tutti pur tenendo conto delle differenze ma dentro il quale tutti si ritrovano.
La sensazione è che lo Stato talvolta sia sguarnito di fronte a questi fenomeni esterni che ho chiamato della globalizzazione e che ci paiono prescindere da noi, per i quali credo di avere fornito degli elementi per dominarli.
Ma creano equivoci e situazioni di conflitto ancor maggiori quei fenomeni che sguarniscono lo Stato inteso come comunità più ampia e laica, che è possibile evitare con nuovi strumenti concettuali.


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