|
Riportare l'Antifascismo dalla storia alla politica
di
Paolo Bagnoli
Bisogna
essere onesti e riconoscere che il 25 aprile di quest'anno non è stato
come quello degli anni passati. E non perché le varie cerimonie svoltesi
in tutt' Italia non abbiano visto partecipazione, ma perché, proprio
nel giorno che ricorda l'insurrezione contro i nazifascisti, la destra
ed i suoi alleati hanno lanciato una vera e propria sfida, non tanto
alla sinistra quanto alla Repubblica ed alle sue radici.
Basti vedere quello che è successo a Lucca ove il sindaco di Forza Italia
ha concesso per il giorno della Liberazione una sede comunale a Forza
Nuova per ricordare Alessandro Pavolini.
Di cos'altro si è trattato se non di una sfida? L'episodio di Lucca
ci sembra da giudicare come connotativo di un cambio di fase propizio
per riquadrare i conti della storia, dare corso ad un'opera mistificatoria
che va dalla rivalutazione, sotto varie forme, della RSI alla rappresentazione
dell'antifascismo come di un qualcosa solo comunista. In prima fila
troviamo all'opera gli esponenti di Alleanza Nazionale, ma quelli di
Forza Italia non sono da meno.
Sul sito Internet del partito berlusconiano si è letto: "Resistenza,
roba da comunisti". In altri tempi si sarebbe anche potuto sorridere;
oggi non è più permesso e messaggi di questo tipo vanno letti per l'intenzione
politica che realmente rappresentano.
Un esponente di Forza Italia non proprio di secondo piano come il senatore
Marcello Pera ha dichiarato: "credo che tutti - neri e rossi - abbiano
il diritto di celebrare il 25 aprile" (Corriere della Sera, 26 aprile
2001). No, caro senatore Pera, il diritto di celebrare il 25 aprile
lo hanno tutti quegli italiani che credono nei valori che quel giorno
esprime. Rispetto a Pera, ed è un paradosso, è stato più cauto Gianfranco
Fini che ha definito, non sappiamo con quanta convinzione, che il 25
aprile "E' la festa della libertà, una festa di partecipazione senza
alcun tipo di discriminazione. "Il suo partito, intanto, continua ad
avere nel simbolo la fiamma del fascismo repubblicano, la stessa che
è a Predappio sulla bara del duce. L'impressione è di trovarci di fronte
ad un disegno politico destinato a svilupparsi se l'ondata del centro-destra
si consoliderà, non solo sul piano ideologico, ma su quello sociale
e degli interessi di classe che rappresenta.
E' chiaro, oramai, qual è l'obbiettivo: revisionare la storia per cambiare
le ragioni della Repubblica e rimettere finalmente in discussione la
parte della Costituzione che, oltre ai diritti civili, sancisce pure
quelli sociali. Già se ne vedono alcuni segnali premonitori. L'opera
di demolizione delle radici resistenziali della Costituzione si articola
muovendo da vari fronti. L'ex presidente Cossiga ha avuto l'impudicizia
di sostenere: "Insomma credo che l'antifascismo sia una categoria storica,
come quella dei Borbone" (La Repubblica, cronaca di Firenze, 25 aprile
2001).
In un articolo di prima pagina de Il Foglio si è letto: "L'identificazione
della Resistenza con la Costituzione, della democrazia con l'arco costituzionale,
è una delle cause che hanno reso difficile l'adeguamento delle istituzioni
alla realtà in evoluzione" (27 aprile 2001). Si tratta di tessere sparse
di un medesimo mosaico, di un disegno mirato a cambiare il profilo dei
principi fondanti il nostro Paese.
Giorgio Bocca l'ha colto con lucidità: "La campagna revisionista è mirata,
lo sappiano o meno i suoi gestori, a sostituire il governo democratico
con la dittatura ora morbida e ora spietata del mercato" (La Repubblica,
25 aprile 2001). Ci domandiamo: esiste nel fronte avverso coscienza
di ciò? La sinistra ha positivamente salutato il discorso che Berlusconi
ha tenuto a Torino inneggiante alla pacificazione nazionale ed, addirittura,
"alla Grande Russia" per il contributo dato nella lotta al nazifascismo.
A dire il vero ci è parsa una rappresentazione di maniera; ma come si
fa a credere alle dichiarazioni pacificatorie - ma poi pacificazione
di che! - solo che si ricordi che qualche giorno prima aveva definito
il delitto D'Antona come un regolamento di conti all'interno della sinistra?
Oggi, a nostro avviso, si pone un problema serio: riportare l'antifascismo
dalla storia alla politica. Il che non significa certo ricostituire
i CLN, ma far sì che i valori su cui si fonda la Repubblica, e che la
Costituzione emblematizza, diventino non riferimento retorico ma fermento
di etica civile giorno dopo giorno.
Perché ciò avvenga, però, non basta ricordare, ammonire, celebrare;
occorre riannodare i tanti fili che si sono negli anni un po' consunti;
allargare le basi della democrazia e della cittadinanza; riconsiderare
l'uomo il soggetto, e non l'oggetto, della politica. Vuol dire battersi
per salvaguardare la dignità degli individui, per il riscatto dei diritti
violati, per uno Stato che sia vissuto dai suoi cittadini come alleato
e non come nemico; vuol dire bandire il razzismo, l'egoismo, l'atomismo
sociale. Questi non sono valori della sinistra, sono i valori contenuti
nella nostra Costituzione. Riaffermarli vuol dire impedire che la Repubblica
possa smarrirsi in un vuoto nel quale l'unica realtà che sembra esistere
è solo l'azienda.
Oramai tutto deve avere piglio aziendale: la scuola, l'università, la
cultura, lo sport, l'amministrazione pubblica e via dicendo. A poco
a poco sta scomparendo l'uomo.
Basta scorrere i giornali per vedere quanto si parli di azienda e quanto
poco di "lavoratori". Sicuramente oggi non abbiamo più la realtà della
classe operaia come classe generale, ma esistono ancora gli operai;
esiste ancora il lavoro dipendente e ci sono milioni di persone che
devono tirare avanti con salari e pensioni di modesta entità.
Al centro di una politica che si definisca come democratica ci deve
essere l'uomo e non certo l'azienda. Non per spirito antimprenditoriale,
ma perché le democrazie, tutte le democrazie, comprese quelle dei giorni
nostri, vivono se le esigenze collettive alla fine prevalgono su quelle
particolari. Inoltre non c'è nessun contrasto tra il considerare come
primarie le esigenze sociali ed una buona ed efficiente organizzazione
della pubblica amministrazione e del mondo imprenditoriale.
Ecco perché il 25 aprile è ancora parte della nostra vita quotidiana.
Lo è di tutti quegli italiani che credono nella libertà come dato concreto
del vivere civile. La consegna ci viene da chi, con il proprio sacrificio
e con la propria lotta, ha permesso all'Italia di essere libera e democratica.
E su questo non si può transigere.
|