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L'ANTIFASCISTA
21.11.2016

Di Canio mostra il tatuaggio “dux” e Sky gli toglie la rubrica sportiva tv

di Alberto Di Maria

Il pelo perde il pelo ma non il vizio: “Orgoglioso di essere fascista”


In Italia accade spesso che vicende, apparentemente futili, si facciano amplificatore della seria dicotomia tra fascismo e antifascismo, ahinoi, mai risolta con una netta, definitiva e unanime condanna dell’esperienza del regime mussoliniano. Lo sport del calcio poi, non solo in Italia, inteso nei suoi risvolti più ampi, come «fatto sociale totale», secondo una celebre definizione che ne fu data, ha sempre fatto da cassa di risonanza a certe tensioni – consigliamo in proposito la lettura del fondamentale saggio scritto da Simon Kuper intitolato Calcio e potere. Ecco perché non stupisce il clamore che ha suscitato la recente ennesima polemica riguardante l’ex calciatore Paolo Di Canio.
È rimbalzata in rete infatti, nella seconda settimana di settembre 2016, la notizia della «sospensione» di Di Canio dal ruolo di commentatore calcistico per la rete televisiva Sky Sport, dopo la pubblicazione, sul profilo Twitter della TV di Rupert Murdoch, di una foto che lo ritraeva a maniche corte che scoprivano un avambraccio tatuato in caratteri romani recante la scritta “DUSi tatua sul X”.
Il fatto ha destato non poco scalpore sulla rete. Sui social network in molti hanno manifestato la propria indignazione. Ma anche su Moked, autorevole portale web dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, in un articolo intitolato “Opinioni a fior di pelle”, si è scritto: «Sorprende che Sky Sport, che l’ha voluto come opinionista di punta di questa stagione calcistica, amplifichi oggi (come altrove in passato) un messaggio pericoloso e distorto. Un pessimo servizio a milioni di spettatori. L’apologia del fascismo non è lecita. E se per Paolo Di Canio questo è forse indifferente, non dovrebbe certo esserlo per una emittente che aspira al vertice della professionalità dell’informazione sportiva».
Tanto è stato detto e scritto che alla fine Jacques Raynaud, executive vice president di Sky Sport – Sky Media, ha annunciato la sospensione di Di Canio dal canale sportivo.
Dopo alcuni giorni di silenzio, l’ex stella di West Ham e Lazio, si è dichiarato pervaso da «profonda amarezza». La foto, secondo Di Canio, sarebbe stata scattata da un collaboratore dell’emittente e pubblicata a sua insaputa. Ma nonostante un invito formale inoltrato dal suo avvocato «almeno per ora, è impensabile che possa rientrare nel palinsesto», hanno fatto sapere da Sky.
In difesa di Di Canio si sono schierati diversi giornali che hanno bollato come ipocrita la decisione dell’emittente, ricordando come il fascismo di Di Canio sia ben noto da tempo. Lo stesso ex calciatore si è detto indignato «dall’ipocrisia di chi ancora finge di scoprire soltanto ora il mio modo di essere e certe mie idee, viceversa arcinote da sempre». Sorprendentemente anche Cristiano Lucarelli, ex calciatore e bandiera del Livorno, acerrimo rivale calcistico e politico di Di Canio – forse memore delle polemiche che lo investirono per aver mostrato una maglia con il volto di Ernesto “Che” Guevara, dopo un gol segnato per la nazionale italiana – ha dichiarato: «E’ una cosa grottesca. Conosciamo le idee di Di Canio e non capisco questa mossa di Sky: è stata paracula la scelta di sospenderlo. È come se si fosse scoperta l’acqua calda. si conoscono molto bene le idee di Paolo Di Canio, io sono dalla sua parte».
In effetti è difficile credere che la direzione di Sky non fosse a conoscenza dell’orientamento politico dell’ex calciatore romano. Di Canio infatti, sin dagli inizi della sua carriera, ha sempre fatto parlare di sé per il modo in cui manifesta la sua “fede” fascista.
Nel 2004, intervistato dal “Corriere della Sera”, affermò: «Sono un grande estimatore del Duce. Di quello che ha rappresentato, delle sue idee, che distinguo dai suoi errori. La destra per me è stata un’appartenenza di natura. Mi ci riconoscevo d’ istinto. Poi ho cominciato a leggere. E ho trovato nuove conferme. L’idea di Stato, di patria, di nazione. Il rispetto delle radici, della tradizione, della cultura italiana. Il sangue dei vinti di Pansa è stato un libro importante per me. Io ho sempre tifato per i deboli. Non sono laziale per caso».
Era il periodo in cui, dopo una carriera passata girovagando tra sud e nord Italia, Scozia e Inghilterra, Di Canio fece ritorno alla Lazio, squadra per la quale ha sempre fatto il tifo sin da giovanissimo, quando frequentava il gruppo degli ultras di estrema destra. Da calciatore della Lazio Di Canio si rese protagonista di quello che è rimasto l’episodio più celebre che lo riguarda: il 6 gennaio 2005, in occasione di un derby contro la Roma vinto dalla Lazio per 3-1, Di Canio si rivolse verso la Curva Nord dei suoi tifosi allungando fieramente il braccio destro nel “saluto romano”. Di Canio non fu squalificato ma semplicemente multato. Il 17 novembre successivo, dopo un match pareggiato 1-1 contro la Juventus, Di Canio andò nuovamente a “salutare” la Curva Nord laziale. In questa occasione all’attaccante della Lazio venne inflitto un turno di squalifica e un’ammenda di 10 mila euro. La reiterazione del gesto suscitò anche l’interessamento della FIFA che minacciò pesanti sanzioni se quel comportamento fosse proseguito. «Sono un fascista, non un razzista», si “giustificò” allora Di Canio, «con quel braccio teso non voglio incitare alla violenza, né all’odio razziale». In realtà Di Canio non era accusato di razzismo ma di apologia del fascismo, per questo il suo avvocato si affrettò a correggere il tiro affermando: «È un saluto alla curva, non ha valenza politica, ma sportiva».
Si può pertanto essere ragionevolmente d’accordo con chi sostiene che il problema non è il fatto che Sky sospenda Di Canio, ma che lo sospenda oggi come se il tatuaggio se lo fosse fatto ieri.
Tra l’altro non è neanche la prima volta che Di Canio si trova invischiato in una vicenda le cui conseguenze si ripercuotono sulla carriera lavorativa intrapresa dopo l’addio al calcio.
A fine marzo 2013 Di Canio fu assunto come allenatore dalla squadra inglese del Sunderland. In quella occasione l’ex ministro laburista David Miliband – fratello di Ed, il segretario del partito laburista – si dimise dal consiglio di amministrazione della società. «Alla luce delle opinioni politiche espresse in passato dal nuovo tecnico è giusto che io faccia un passo indietro» scrisse sul suo sito personale. Ma l’ingaggio di Di Canio non rappresentava una offesa per il solo politico laburista. Non era infatti neanche gradita dai tifosi del Sunderland, squadra dalla base operaia e socialista, che si raccolsero in gran parte nel gruppo Facebook “Sunderland Against Fascist Di Canio”. Anche l’associazione dei minatori di Durham, un’istituzione locale influente anche se oggi le miniere sono in gran parte chiuse, tolse il suo striscione allo Stadium of Light affermando come l’ingaggio di Di Canio offendesse «la memoria di chi è morto combattendo il fascismo».
Ma le opinioni più forti trovarono spazio sui giornali inglesi.
Su The Independent l’editorialista James Lawton, in un articolo intitolato «Paolo Di Canio and Sunderland make us ask what football clubs really mean to us», si chiedeva se il calcio, con l’ingaggio di Di Canio, non avesse perso la sua funzione educativa e di servizio alla comunità: «A cosa serve una squadra di calcio? Deve riflettere i valori più profondi di una comunità in cui ha sempre occupato un posto vitale?». Un quotidiano storicamente vicino al partito conservatore come The Daily Telegraph scelse di ospitare un editoriale del sindacalista Dan Hodges dal titolo «Paolo di Canio is a fascist. Time to boycott Sunderland». Il Daily Mail, uno dei quotidiani più a destra del panorama mediatico britannico, offrì da subito spazio alla rabbia dei tifosi del Sunderland per le dichiarate simpatie fasciste del loro nuovo tecnico, e pubblicò un informato editoriale sugli ultras biancocelesti, sottolineando il carattere neofascista e antisemita di una delle curve «peggiori d’Europa». Su The Sun furono intervistati dei veterani di guerra che si dichiararono «disgustati e indignati dall’ingaggio di Di Canio». «Giusto per non dimenticarlo» proseguiva il celebre tabloid scandalistico «durante la II Guerra Mondiale i bombardieri nazisti hanno ucciso 267 persone e ferito oltre 1000 a Sunderland. Di Canio è il compagno di letto ideologico di questi assassini. Dando l’incarico ad un fascista ci siamo allineati ad un’ideologia perversa che predica odio e non ha alcun spazio nel calcio e nella società».
Di Canio cercò di opporsi alla tempesta spingendosi fino al punto di firmare, su sollecitazione della dirigenza del club inglese, un comunicato nel quale, di fatto, abiurava le sue idee tanto ostentate: «Non sono affiliato a nessuna organizzazione, non sono un razzista e non condivido l’ideologia del fascismo». Tuttavia, pochi giorni più tardi, il Daily Mail pubblicò la foto di un altro tatuaggio di Di Canio – questo è sulla schiena – che ritrae un’aquila imperiale appollaiata sopra il profilo del testone pelato di Benito Mussolini. The Sun invece rilanciava pubblicando delle foto risalenti al 2010 in cui Di Canio è immortalato al funerale dell’ex terrorista nero Paolo Signorelli, tra teste rasate e saluti romani, e ponendo la questione: «Se Di Canio non appoggia e non ha mai appoggiato l’ideologia fascista, cosa ci fa in quella compagnia al funerale di un uomo che ha passato otto anni in carcere per una strage dove sono morte 85 persone innocenti, venendo poi assolto per il reato di strage ma condannato per banda armata?».
Alla luce di tutto questo il bravo giornalista italiano Luca Pisapia commentava su laprivatarepubblica.com: «Nella perfida Albione l’ingaggio di un ammiratore di Benito Mussolini sulla panchina di una squadra di calcio della Premier League – il campionato di calcio più seguito al mondo – è considerato un affronto allo spirito del gioco. In Italia no».
Come dargli torto? In quelle stesse settimane, sullo storico periodico sportivo italiano Guerin Sportivo, si ribaltava la questione scrivendo che «fascismo è impedire, più o meno esplicitamente, l’espressione delle idee individuali, impedire di farlo a Di Canio è quindi fascista»; mentre sul caso all’origine della polemica si tagliava corto affermando che «Miliband ha usato le opinioni politiche di Di Canio per fare il fenomeno e guadagnarsi un credito da usare in futuro per recuperare un elettorato di sinistra-sinistra che al Labour Party non ha ancora perdonato il decennio di Blair».
Per il “Guerino” insomma, il problema più rilevante non era che Di Canio fosse fascista, ma che Miliband fosse, evidentemente, un opportunista. Con buona pace di Jonathan Wilson, direttore del periodico calcistico inglese The Blizzard e stimato scrittore, che sul Corriere della Sera puntualizzava: «Il vicepresidente del Sunderland, l’ex ministro degli esteri David Miliband, si è dimesso presumibilmente per principio. È ebreo e perse molti famigliari nell’Olocausto, per cui forse c’è veramente un principio dietro questa scelta». Wilson, persona intelligente, ammetteva anche l’ipotesi che Milband – «dato che sta lasciando il suo incarico di deputato per trasferirsi a New York, e dato che è il leader di una élite politica neo-liberale che privilegia l’immagine rispetto alla sostanza, e dato che non ha esitato ad accettare la sponsorizzazione di «Invest in Africa», un’organizzazione no-profit accusata di esistere solo per legittimare socialmente lo sfruttamento del continente da parte della Tullow Oil» – stesse cercando «una scusa conveniente per andarsene». «Nondimeno» concludeva il ragionamento affermando che «al di là delle ragioni di Miliband, i principi sono importanti e Sunderland è una città di sinistra dove non è naturale dichiararsi fascista».
Ah, la complessità! Questa sconosciuta alla gran parte dei nostri intellettuali di destra che oggi, nel merito della più recente vicenda tra Di Canio e Sky, liquidano la questione affermando che il primo è un’«icona vitalista, libertaria e politicamente scorretta» vittima dei pregiudizi degli antifascisti e del «totalitarismo del politicamente corretto», «una ideologia globale che offende il buon senso», per riassumere, con le parole di un seguito blog, posizioni simili espresse su giornali che non meritano menzione. «#Jesuispaolodicanio» ha twittato invece Alessandra Mussolini.
Il solito vittimismo fascista.
Di Canio infatti non è stato sospeso da Sky a causa di una fantomatica dittatura antifascista del politicamente corretto che ci terrebbe tutti sotto scacco. Di Canio è stato sospeso, banalmente, perché dei clienti di Sky, non importa se reali o potenziali, hanno esercitato pubblicamente il diritto di critica; la televisione di Murdoch non ha voluto inimicarsi una parte, non importa quanto consistente, del suo pubblico e si è sbarazzata del problema. È il mercato, bellezza. E il mercato non soffre certo di pregiudizi antifascisti.


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