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L'ANTIFASCISTA
10.11.2014

Tra ausiliarie, delatrici e spie, il ruolo delle donne nella Repubblichetta fascista

di Fiorella Imprenti

Un libro della ricercatrice Roberta Cairoli (Dalla parte del nemico) racconta l’altra faccia del regime al femminile


Ragionare sulla violenza subita nelle sue diverse forme è indispensabile pensando alle “guerre totali” del 900, a situazioni in cui la dimensione privata e quella pubblica si mescolano e si intrecciano ad avvenimenti che calano sulle popolazioni locali fino a travolgerne le abitudini, i pensieri, le reti di relazioni.
Ecco ad esempio l’esperienza del collaborazionismo, vischiosa e ambigua, che genera da motivazioni diverse, da vissuti ordinari o eccezionali, che fatica ad essere rivendicata e si nasconde invece spesso dietro la dichiarata incapacità di comprendere le conseguenze di una delazione, di riconoscere un “nemico” in quanto tale.
La ricostruzione di storie di collaborazionismo è dunque difficile, deve basarsi su fonti diverse, intrecciare e interpretare i racconti, seguirne le tracce nelle carte di polizia e in quelle dei processi, scavare nei documenti dei servizi informativi di più paesi, scontrarsi infine con la reticenza e la volontà di rimuovere ricordi privati e collettivi scomodi.
Così è per le esperienze di collaborazione con il nazifascismo durante gli anni della Repubblica Sociale Italiana. È Roberta Cairoli a portare l’utlimo significativo contributo in questo campo, esplorando un terreno ancora vergine, quello del collaborazionismo femminile (rif. Roberta Cairoli, Dalla parte del nemico. Ausiliarie, delatrici e spie nella Repubblica sociale italiana 1943-1945, Mimesis Edizioni, 2013).
Cairoli sistema la materia senza banalizzarla, si muove efficacemente tra carte, documenti, interviste e restituisce un quadro preciso e netto, ricco di dettagli, di motivazioni, di vissuti.
Le collaborazioniste erano delatrici che portarono oppositori politici, partigiani ed ebrei nelle mani dei tedeschi e dei repubblichini, che ne determinarono l’incarcerazione e la morte; erano civili che giocavano sulla propria quotidianità per nascondere un’attività informativa consistente, per fare delle proprie case centri di raccordo. Erano prigioniere che parlavano per paura, ricatto, tortura, convenienza; delatrici di un solo giorno o spie “autorizzate” e stipendiate; erano informatrici da pianerottolo che insinuarono la categoria del sospetto fin nei legami famigliari e comunitari.
La condanna e il pubblico dileggio che le collaborazioniste subirono, anche fisicamente con il taglio dei capelli, si accompagnarono comunque dopo il conflitto alla volontà di dimenticare, di credere che, proprio in quanto donne, esse avessero agito più che altro per ingenuità, incapacità intellettiva o politica, debolezza.
Vi furono ausiliarie che continuarono a servire la Repubblica Sociale riconoscendovi una continuità istituzionale e quindi rivendicando di servire la Patria contro i traditori, come Maria Delfina Ramone, insegnante in provincia di Imperia che minacciava pubblicamente di denunciare i giovani del suo paese che non si fossero presentati alla chiamata della leva fascista. Ancora ausiliaria Ernesta Creanzi che, vantatasi di aver catturato armi in pugno un gruppo di partigiani, fu assolta nel dopoguerra dato che il Tribunale ritenne non credibile e sproporzionata una tale azione per una ragazza di soli 25 anni. Alcune azioni dimostravano l’accanimento di una vera e propria guerra “corsara”, per usare le parole di Franzinelli, come la rabbia dell’ausiliaria Maria Agnese Sartori, determinata nel far arrestare e nell’assistere alla fucilazione del partigiano che riconosceva responsabile dell’ordine di rasarle i capelli in una sua precedente cattura.
Altre donne si muovevano invece in una zona d’ombra al riparo dall’impegno politico e agendo al confine tra pubblico e privato, portando la delazione fin nelle mura domestiche, il che rappresentava per le vittime un ulteriore trauma. Giuseppina Ponchiardi mise a disposizione la propria casa come coordinamento per le Brigate nere e contribuì ad organizzare un’imboscata che portò alla cattura di alcuni partigiani, tra cui il fidanzato della figlia.
Il privato e le lacerazioni in termini di reti comunitarie si facevano ancora più rilevanti quando non solo le delatrici ma anche le loro vittime erano civili. Vicini di casa, parenti o datori di lavoro accusati di essere antitedeschi e di ospitare in casa ebrei o partigiani. Elide Ferri, portinaia di Milano, segnalò diversi condomini e vicini di casa; Lorenza Huber, impiegata di Sondrio, denunciò il suo datore di lavoro per il sostegno da questo dato ai partigiani, mentre Rosa Martini, professoressa di filosofia a Belluno, accusò il preside della sua scuola di svolgere propaganda antifascista e antinazionale.
Particolarmente difficile da comprendere il fiancheggiamento offerto a tedeschi e fascisti per la cattura dei cittadini di origine ebraica che, per evitare la deportazione, avevano spesso cercato rifugio in piccoli gruppi in località periferiche e decentrate. Così Adriana Masi e Giuseppina Turchi, madre e figlia, fasciste e filonaziste, che causarono la cattura e la deportazione di Lia Levi, nascosta nel loro stabile e “scoperta” dalla voce acuta di una nipote. Alcune donne, spinte più da ragioni economiche che politiche, denunciarono ebrei spartendosene i beni e razziandone in seguito le case. Altre organizzarono finti viaggi di espatrio al confine svizzero chiedendo lauti compensi a chi cercava di mettersi in salvo per poi consegnarlo ai tedeschi. Così Antonia Rosini, che dalla provincia di Varese fece cadere in trappola e deportare numerosi cittadini ebrei.
Particolarmente illuminante il lavoro di Cairoli anche sulle “spie” arruolate da fascisti e tedeschi, che costituivano la più sicura e ricca fonte di informazioni. Le donne al soldo degli Uffici Politici Investigativi, già istituiti nel 1926, erano agenti o confidenti, per lo più provenienti dai servizi ausiliari femminili. Il loro numero era consistente, come prova il caso di Milano, dove l’Ufficio politico di via Ravizza era costituito da 6 uomini e 18 donne e del resto anche nell’immaginario collettivo il lavoro di spionaggio era generalmente associato ad “abilità” considerate femminili, come il camuffamento e la simulazione. Anche per queste donne, profondamente coinvolte organizzativamente nell’attività dei centri di potere fascisti, valse comunque la tendenza dopo il conflitto, in sede processuale, a giustificarne le azioni, considerandole incapaci di iniziativa politica propria.
Tra le agenti degli Uffici politici informativi si segnalavano a Vercelli Evelina Mariani e Teresita Pivano, ad Asti la maestra elementare Jole Boaro, a Cuneo la professoressa di musica Anna Maggiano, a Pavia Laura Berio, a Cremona Regina Vai, assidua frequentatrice di Villa Merli, la famigerata “Villa del pianto”, a Varese Amerina Cencini, a Modena Angela Zappa, a Bologna l’operaia Lidia Golinelli, già attiva nel movimento partigiano e la cui scoperta provocò grande scalpore. Amanti, donne in posizioni strategighe, audaci e sprezzanti del pericolo, artiste del trasformismo, ebbero vite diverse, rocambolesche o quotidiane e nel loro insieme rappresentarono una rete indispensabile per i comandi fascisti e tedeschi.
Anche la Repubblica sociale ebbe un Servizio segreto di informazione e anch’esso arruolò donne come Olimpia Bongiovanni, Antonietta Olga Ciampetti, Maria Garrone e Rosa Amodio, attratte anche dai cospicui compensi riservati alle spie. È dalle carte del controspionaggio alleato che emerge invece in modo netto il ruolo delle italiane al servizio dei tedeschi. Gli alleati, nello schedare le “spie”, posero in realtà poca attenzione nel distinguere tra informatrici, amanti e prostitute, nella vischiosità dei confini tra pubblico e privato e nello sconfinamento di un giudizio morale di impurità che accomunava trasgressione sessuale e tradimento verso la patria.
Le descrizioni di Cairoli parlano invece, per le agenti arruolate, di una grande maggioranza di giovani donne, istruite e politicamente motivate, tutte munite di una carta d’identità falsa, del porto d’armi e di permessi di circolazione, pronte ad agire in piena consapevolezza e autonomia.
Particolarmente significativa fu l’esperienza delle donne inserite nei ranghi dei servizi segreti tedeschi, reclutate e addestrate per svolgere delicate missioni di spionaggio e sabotaggio nel territorio già occupato dagli Alleati. Carte inedite conservate negli archivi di Washington restituiscono i confini di un mondo poco conosciuto: l’invio di “agenti speciali” oltre confine iniziò già verso la fine del 1943, ma il fenomeno divenne massiccio all’indomani della caduta di Roma, il 4 giugno 1944, con donne e uomini reclutati e poi preparati al compito con appositi corsi dedicati alle modalità di raccolta delle informazioni e nei sabotaggi. I reclutatori, con veri e propri uffici d’ingaggio, erano per lo più militari italiani o ufficiali tedeschi che parlavano l’italiano, ma non mancarono abili reclutatrici, spesso spie a loro volta, alle quali veniva anche affidato il compito di gestire la scuola, anche se a condurre l’addestramento erano esclusivamente gli ufficiali tedeschi.
Donne a cui era consentita una inedita libertà di movimento, di vicinanza con i centri del potere politico e militare, responsabilità direttive e di coordinamento che alcune continuarono a rivendicare anche dopo il conflitto sebbene, nella grande maggioranza dei casi, come già detto, le stretegie processuali mirarono a depotenziare le “capacità femminili” e il ruolo che le agenti e le reclutatrici ebbero in particolare nel corso dell’ultimo anni di conflitto. In un chiaroscuro affascinante che Cairoli dipana abilmente, senza appiattire le complessità e le contraddizioni di un’esperienza dai tratti inediti per le donne italiane, come quella che parallelamente stavano vivendo le partigiane sui monti.

 


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