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L'ANTIFASCISTA
07.05.2014

Mio padre è ancora la guida spirituale che ispira le mie scelte esistenziali

di Elisabetta Villaggio

A colloquio con Adriana, l’ultima figlia di Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, il coraggioso comandante del Fronte Militare Clandestino che pagò con la vita la sua generosa opposizione ai nazifascisti


Il 24 marzo ricorre il settantesimo anniversario dell’eccidio delle Fosse Ardeatine dove, per mano dei nazisti capitanati dall’ufficiale delle SS Herbert Kappler, persero la vita 335 persone. Tra questi l’ufficiale Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, che all’epoca era il comandante del Fronte Militare Clandestino. Montezemolo, una figura di grande rettitudine, era diventato tenente colonnello per meriti e partecipò anche all’incontro tra Hitler e Mussolini al castello di Klessheim vicino Salisbugo, proprio per il suo spiccato senso diplomatico. Dopo il 25 luglio ’43 si guadagna enorme fiducia da parte di Badoglio: il 23 settembre fugge in condizioni romanzesche dal Ministero della Guerra ed entrato in clandestinità, sempre in contatto con i vertici monarchici a Brindisi, si adopera per organizzare una resistenza lealista che collabora con gli esponenti più moderati dei Gap. Viene catturato il 25 gennaio del ’44, condotto nel carcere di Via Tasso, torturato, inutilmente perché non svelò mai nessun segreto, tanto meno fece nomi, e infine massacrato alle Fosse Ardeatine. Montezemolo, che non aveva ancora compiuto 43 anni, lasciava la sua amatissima moglie e 5 figli. Il più grande, Manfredi, non ancora ventenne e la più piccola, Adriana, di solo 12 anni.
Incontriamo l’ultimogenita per un ricordo di suo padre. Adriana è una signora simpatica, molto alla mano, e sembra avere un grosso senso pratico. Vive, con il marito, tra la tenuta agricola appena fuori Roma e quella di Viterbo, dove producono latte. Ha 4 figli, 8 nipoti e 2 pronipoti.

Che ricordi ha di questa sua grande famiglia molto armoniosa?
«Sicuramente c’era un grande amore tra tutta la famiglia e papà e mamma si adoravano. Questo ha decisamente influito su di noi perché eravamo una famiglia molto legata e unita. Siamo 5 fratelli, nati tutti a breve distanza. Tra me, che sono la più piccola, e il maggiore ci sono 7 anni di differenza. Ci siamo voluti molto bene e abbiamo la fortuna di essere ancora tutti e 5 vivi».

Suo padre ha fatto la carriera militare però non era un uomo rigido.
«No affatto, era un uomo molto serio, molto fermo, ma a casa era affettuoso».

In quegli anni che cosa vi raccontava?
«Mio padre era tanto riservato, anche se sapeva molte cose. In casa era difficile che raccontasse cose relative alla guerra. Forse ne parlava con i fratelli grandi e sicuramente anche con mia madre. Tra il ‘42 e il ‘43 papà fece molti viaggi in Africa e naturalmente al ritorno raccontava di quei posti. Ricordo quando tornando da una missione che gli era valsa la Medaglia d’argento io, che ero una bambina, gli ho detto che gli mancava solo quella d’oro. Lui e la mamma sbiancarono e io ci rimasi molto male. Non avevo capito che la medaglia d’oro si dà solo ai morti».

Lui per la sua grande capacità diplomatica era stato mandato al seguito di Mussolini all’incontro con Hitler. Questo ve lo aveva raccontato?
«No, non mi ricordo. Però c’è una foto dalla quale si capisce che non è molto felice di dare la mano a Hitler».

Dal luglio ‘43 fino al dramma. A casa percepivate qualcosa?
«Noi eravamo sfollati in Umbria, eravamo ospiti da amici che avevano una grande casa e stavamo tutti lì, mentre mio padre era rimasto a Roma per organizzare l’opposizione al regime fascista».

Ma da parte sua percepivate qualcosa?
«No, in quel periodo no. Poi a un certo punto, verso la metà dicembre (del ’43 ndr.) papà ci ha fatto sapere, tramite un’altra persona, non avevamo, infatti, contatti diretti onde evitare pericoli, che voleva che noi tornassimo a Roma perché aveva paura che l’Italia si sarebbe potuta dividere in due e a quel punto ci saremmo per forza separati. Ci ha mandato un camioncino e siamo tornati a Roma».

Il 24 marzo ’44 è la tragica data delle Fosse Ardeatine. Quando avete saputo cosa era successo?
«La certezza definitiva l’abbiamo avuta solo quando hanno riesumato i corpi, a luglio del ‘44».

Quando lo avete visto per l’ultima volta?
«Era la sera dell’ultimo dell’anno del ‘43. Noi eravamo arrivati a Roma e lui non ci aveva permesso di andare a casa nostra per paura che ci catturassero. Lui era già ricercato e siamo andati da amici coraggiosissimi che ci hanno ospitato e la sera dell’ultimo dell’anno l’abbiamo trascorsa tutti insieme a casa di questi amici dove papà ci ha raggiunto. Poi lui ci ha organizzati: Manfredi è andato da una parte, Andrea stava presso un collegio ucraino, io, la mamma e le sorelle eravamo nel collegio di Trinità dei Monti sotto falso nome. Mio padre aveva dato a mammà un appuntamento tutti i mercoledì pomeriggio presso la casa di altri amici. Ricordo che mia madre tutti i mercoledì mattina entrava in agitazione. Ma il terzo o quarto mercoledì papà non si è presentato».

E come vivevate in quel periodo?
«Noi ragazze andavamo a scuola e vedevamo la mamma che nel frattempo era ospite di un pensionato per signore. Qualche volta, il pomeriggio, venivano a trovarla i fratelli che avevano documenti falsi. Manfredi, che aiutava papà, aveva qualche notizia, mentre Andrea portava qualcosa da mangiare dal collegio ucraino dove stava. Chiacchieravano con la mamma, poi arrivavamo anche noi e capivamo che non era proprio una vita tranquilla. Usavamo un nome falso e questo mi faceva un certo effetto: ero una ragazzina e mi sentivo come i carbonari che studiavo a scuola».
E dopo?
«Dopo siamo stati sempre in grande angoscia. Alla fine di gennaio, quando mio padre non si presentò all’appuntamento con mia madre, arrivò Manfredi dicendo che forse lo avevano preso perché non si trovava più. Siamo rimasti pieni di angoscia perché non si riusciva ad avere notizie, non si sapeva niente. Lo zio Renato (fratello del padre, ndr.) e la cugina Fulvia (Ripa di Meana, ndr.) si davano molto da fare, così come anche l’altra cugina Rita Montezemolo, che faceva la spola con Via Tasso per portare la biancheria. Ma noi non li potevamo incontrare perché papà aveva raccomandato la massima segretezza. Eravamo isolati. La notizia del 24 marzo era su tutti i giornali. Mia madre era atterrita e Manfredi diceva che forse anche il papà poteva essere tra le vittime. Ma non avevamo certezze. Dopo circa un mese era arrivato un bigliettino da via Tasso, scritto in tedesco, che diceva che il papà era morto il 24 marzo e di andare a prendere gli effetti personali. Molti però ci dicevano che non era possibile perché lui era troppo importante e avrebbero potuto usarlo per uno scambio di alto livello. Noi, ovviamente, ci siamo aggrappati alla speranza fino a quando hanno riesumato i corpi. Era il mese di luglio. Fino all’ultimo avevamo il dubbio, ma anche la speranza».

Che cosa le è rimasto degli insegnamenti di suo padre?
«Mi è rimasta la grande fierezza di essere sua figlia e ogni volta che mi trovo in qualche difficoltà penso: papà questa cosa l’avrebbe fatta in questo modo e così faccio di conseguenza. Per me è ancora molto viva la sua presenza come guida».

Tutti parlano di suo padre con grande rispetto e lo descrivono come una persona di profonda levatura morale, politica e culturale. Se non fosse successo quello che è successo probabilmente l’avrebbero incaricato di guidare un governo temporaneo a fine guerra. Ci sarebbe stata un’Italia migliore secondo lei?
«Non lo so, papà era molto schivo e non so se si sarebbe fatto coinvolgere in qualcosa di politico. La sua persona non avrebbe certo potuto cambiare il mondo, però avrebbe potuto dare un indirizzo diverso. Lui era una persona seria, corretta e coerente e vedere quello che c’è oggi in giro gli avrebbe fatto male».

Suo padre era un cattolico anticomunista, però aveva rapporti con i comunisti ed era rispettato.
«Effettivamente i comunisti avevano un grande rispetto per papà, lui ci parlava e avevano contatti anche per la fornitura di armi. Durante il periodo clandestino lavoravano insieme. Ricordo che ci diceva sempre: “Noi non siamo partigiani ma patrioti perché noi lavoriamo per la patria e non per un partito o per l’altro”».
Oggi vediamo un’Italia disastrata. Secondo lei ci sono figure di livello?
«Ci sono sicuramente persone di valore, ma hanno paura di essere soffocati da questa politica che è diventata sporca».

Che cosa ha raccontato ai suoi figli della sua infanzia?
«Sono riuscita a far capire loro che la figura del nonno era eccezionale infatti tutti ne hanno un rispetto infinito».


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