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L'ANTIFASCISTA
17.01.2014

Questa volta a prenderci l’anima è una ragazzina ebrea scampata ad Auschwitz

di di Antonella Amendola

Il film Anita B. di Roberto Faenza racconta il dopo lager, ma gli esercenti cinematografici lo boicottano. «Siamo un paese ignorante, senza memoria», dice il regista


Qualche voltafaccia sgarbato. Qualche prudente ritirata. Alcuni esercenti cinematografici, dopo essersi impegnati, si sono rifiutati di accogliere in sala il film Anita B. di Roberto Faenza, storia di una sedicenne ebrea scampata ad Auschwitz che vuole, con tutte le sue forze, tornare alla vita, progettare un futuro, abbandonarsi all’amore. «Un grosso equivoco», dice il regista. «Appena senti parlare di campi di concentramento c’è spavento. Accade come alla protagonista del mio film, tutti si sottraggono ai suoi racconti. Ma il mio non è un film sull’orrore dei campi, è un film sul dopo, un argomento pochissimo trattato al cinema». Il film, che è liberamente tratto dal romanzo di Edith Bruck Quanta stella c’è nel cielo, ed è stato scelto dallo Yad Vashem di Gerusalemme per la solenne Giornata della memoria (27 gennaio) ci conduce nel percorso emotivo della ragazzina (interpretata da Eline Powell), tra la famiglia non sempre ospitale, i ricordi brucianti, il sogno di Israele, la consolazione di un piccolissimo amico bambino, l’unico al quale confidare paure e speranze, anche se non è in grado di intenderle. Il racconto intriga, commuove e del resto è proprio Faenza a confessare che leggendo il libro della Bruck era scoppiato a piangere. C’è poi la solida cornice storica (siamo nella Cecoslovacchia che si accinge a diventare comunista) a suggerire più di una riflessione. Eppure il percorso pubblico del lavoro di Faenza è impervio: succede alle produzioni indipendenti in Italia dove i monopolisti degli schermi, i grandi marchi, ci subissano di stupide commedie, clonate le une sulle altre.
Per attirare l’attenzione sul suo film il regista ha comprato una pagina di giornale per una locandina provocatoria che recita: «A quale X-Factor partecipò Adolf Eichmann?» «Mi è capitato», spiega Faenza, «di vedere un quiz, L’eredità, con un concorrente, un giovane, che credeva che Hitler fosse un personaggio degli anni Settanta. Non me la prendo con i ragazzi, ormai avvinti alla vita virtuale della connessione perenne, me la prendo con la scuola, che è stata ottima e oggi non vale più niente, con professori ridotti a guadagnare 1.200 euro. Me la prendo con i genitori. Me la prendo con l’elefantiasi della televisione che esalta l’attimo fuggente, mentre il cinema ha il dovere di ricordare. Nessuno vuole più fermarsi a guardarsi indietro. Siamo un paese ignorante, senza memoria. Ho letto un libro bellissimo della Tobagi sulla strage di Brescia, ma se tu parli di stragismo strabuzzano gli occhi. Chi si ricorda più di Piazza Fontana, di Bologna?»
Già, la memoria, un tema immenso, perché è con la selezione dei ricordi, di ciò che conta e ciò che è trascurabile, che una comunità si dà un’identità, un’aspettativa di futuro. «Mi interessa il tema della memoria, individuale e collettiva», dice Faenza. «Avevo già fatto film sull’Olocausto, questa volta l’approccio è diverso: c’è una ragazza che non vuole fare tabula rasa di tutta l’esperienza dolorosa che ha vissuto, perché intuisce che azzerando i ricordi annullerebbe se stessa. Ma chi le sta intorno la invita anche bruscamente a voltare pagina, a dimenticare. Succede anche in Napoli milionaria: Eduardo torna dalla guerra e immagina che tutti lo festeggino. Invece neanche lo invitano a pranzo. La guerra è un argomento tabù, i reduci sono a malapena tollerati e si sentono quasi in colpa di avercela fatta. Jean Amery, che nel lager fu compagno di baracca di Primo Levi, sosteneva che Dio ha dato all’uomo la dimenticanza e che un angelo si avvicina ai bambini per fare in modo che ricordino, un altro angelo perché dimentichino. C’è anche il diritto all’oblio, quella che il linguaggio psicoanalitico chiama rimozione. Io non credo che siano spregevoli le persone che, essendo passate per esperienze indicibili come i lager, vogliano dimenticare. Credo, però, che la collettività ha il dovere della memoria e, in una parola, la memoria è giustizia».
Faenza se la prende con i negazionisti, dice che non hanno un briciolo di intelligenza, li accusa di volersi solo fare pubblicità. «Però con la crisi che picchia duro si rischia davvero», osserva. «Ormai nel fronte antieuropeo si ritrovano partiti dichiaratamente fascisti o nazisti. Tutta l’Europa ha una perdita di memoria e Marine Le Pen potrebbe essere il primo partito in Francia. Ecco perché voglio che il mio film lo vedano gli alunni delle scuole. Già in 100 mila si sono prenotati».


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