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L'ANTIFASCISTA
29.11.2013

Quando Roma aveva il suo romanzo anarchico

di di Paolo Morelli

Un libro ben documentato analizza la vivace presenza degli anarchici nella Capitale all’inizio del Novecento.


«Pensatori di un sogno sconfinato, (…) con l’istinto insofferente radicato nell’animo, noi siamo sempre ribelli…». Di fronte a una narrativa ormai schiacciata in una fiction compulsiva e autoreferenziale, può risultare più soddisfacente leggere i saggi, resoconti, ricostruzioni storiche. In questo caso stiamo parlando del documentatissimo e allo stesso tempo avvincente saggio di Roberto Carocci, Roma sovversiva. Anarchismo e conflittualità sociale dall’età giolittiana al fascismo (1900-1926) (Odradek 2012, pp. 349, euro 24; con ampia bibliografia e un corredo di documenti, fogli, volantini, proclami).
Nulla forse in Italia è meno studiato della Capitale dal punto di vista politico e sociale, specie per quanto riguarda il primo quarto del secolo scorso. Tale silenzio ha finito per accreditare l’immagine di una città all’epoca priva di conflitti sociali, visto che un preciso calcolo politico aveva stabilito che a Roma non dovesse mettere radici un vero e proprio sviluppo industriale, che avrebbe rischiato di portare gli inevitabili conflitti operai accanto ai palazzi del potere. Il libro di Carocci dimostra, dati alla mano, che non c’è niente di più falso. La vicenda potrebbe cominciare già dagli anni Settanta dell’Ottocento, ma si dipana poi tra il sindacalismo d’azione diretta e la Settimana Rossa alla vigilia della guerra, fino al contrastato dopoguerra, al Biennio Rosso e alla vagheggiata Internazionale sovversiva, quando la rivoluzione sembrava a portata di mano, per arrivare agli Arditi del popolo, alla difesa di Roma dalle squadracce fasciste con la capitolazione. Un quarto di secolo in cui la cultura anarchica era ben radicata in larghi strati della popolazione romana, intere tradizioni familiari incentrate sullo spirito d’emancipazione e di rivolta, fino allo scontro totale con l’autorità costituita. La rivoluzione era il mito intorno al quale si andava raccogliendo un immaginario sfaccettato che, prima ancora di farsi programma politico era veicolo del sentire diffuso di un’identità collettiva. Quadri operai di ispirazione anarcosindacalista esercitavano una notevole influenza fra i lavoratori, il prestigio tra le masse era alto. Leghe di qualsivoglia specializzazione, segmenti operai sempre eterogenei e innanzitutto basati su “affiatamenti rionali”, forieri comunque di un intervento politico non delegabile, fino alla violenza dello scontro. Uomini e donne che ancora vivevano la suggestione della Repubblica Romana con «convinzione sincera e spesso romantica, (…) alla ricerca di un’epopea personale e generazionale», affrontando la difesa di un’Idea redentrice comunque positivista con «gagliarda esaltazione della vita». Tutto finirà nell’indigenza e nella clandestinità, con i protagonisti ridotti, direi quasi stoicamente, a riaffermare in piccoli espedienti quotidiani la propria indipendenza morale.
Quasi per statuto si potrebbe dire, la questione organizzativa è un campo oltremodo delicato per anarchici e antiautoritari, che risultano quindi esposti a infiltrazioni di spie e similari. C’è chi dice, inoltre, che il loro difetto è che la storia gliela scrivono gli altri. Nel caso peggiore, e come in questo caso, la storia delle vicende di quel periodo è ricostruibile in parte attraverso le costanti note informative della Questura e i rapporti riservati del Ministero degli Interni. «Anni che hanno il valore di secoli» comunque, e durante la lettura non si può fare a meno di chiedersi che ne è di quella dedizione, delle vite sacrificate tra lotte e galere, del coraggio, di un’idea di mondo ove tutto è ancora possibile.


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L'ANTIFASCISTA

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