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L'ANTIFASCISTA
29.11.2013

Il signore della scena è un partigiano

di di Antonella Amendola

Gianrico Tedeschi è protagonista della pièce Farà giorno, storia di una medaglia d’oro della Resistenza e di un fascistello romano


Più che un bravissimo attore di teatro ormai è considerato un mostro sacro, un monumento vivente, la presenza artistica capace di dare a una pièce, a un film il tocco magico del sublime. Gianrico Tedeschi, classe 1920, recita come respira, in un flusso di emozioni e pensieri che arrivano diretti al cuore e alla mente dello spettatore. Adesso è in giro per l’Italia con un lavoro, diretto da Piero Maccarinelli e scritto da Rosa Menduni e Roberto De Giorgi, Farà giorno, che caldamente raccomandiamo ai nostri lettori e associati per l’originalità della trama. Tra battibecchi, tumultuosi dialoghi e ironiche battute va in scena il confronto tra il vecchio partigiano Renato Battiston, medaglia d’oro della Resistenza, per l’appunto interpretato da Tedeschi, e un fascistello romano, Manuel, interpretato da Alberto Onofrietti, che fa il bullo di periferia, si nutre di calcio, televisione e sms. Manuel sfida Renato, lo provoca con la sua pochezza, ma è fondamentalmente un buono che, a dispetto del tatuaggio con il duce, è alieno dalla brutale violenza praticata da altri coetanei. Manuel vive nello stesso condominio di Renato e un giorno, uscendo dal garage, lo investe. Non è assicurato, ha paura delle rimostranze del padre, così chiede all’anziano di ripagare il suo torto con l’assistenza domestica. Comincia tra i due, tra il vecchio dolorante disteso sul letto, e il giovane sbruffone e prepotente, un faccia a faccia che ci racconta molto del paesaggio umano di questa nostra tribolata Italia contemporanea. L’arrivo di Aurora, la figlia medico di Renato, interpretata da Marianella Lazlo, offrirà un ulteriore spaccato di storia, perché Aurora è stata una terrorista e il padre per evitare che si macchiasse le mani di sangue l’ha denunciata. Insomma materia incandescente, palpitante di vita. A misura di Tedeschi, che da giovane, quando era studente alla Facoltà di Magistero dell’Università Cattolica di Milano, fu chiamato alle armi come ufficiale. Partecipò alla campagna di Grecia e dopo l’8 settembre fu tra quei valorosi militari (la stragrande maggioranza!) che non aderirono alla Repubblica di Salò. Così fu internato nei campi di Beniaminovo, Sandbostel e Wietzendorf: un’esprienza durissima che lo fece maturare, umanamente e politicamente, e gli regalò anche il battesimo delle scene, perché proprio a Sandbostel interpretò il suo primo Enrico IV.
Signor Tedeschi, che cosa ha messo di suo nel personaggio del partigiano Renato Battiston, così generoso e tollerante?
«Niente e tutto, un attore mette nel suo personaggio, sia pure inconsciamente, tutto il proprio vissuto».
Lei pare particolarmente interessato al confronto tra generazioni. Che cosa gli anziani possono insegnare ai giovani?
«La misura del vivere, un segreto che si acquista solo con gli anni, è vero, ma che seminato e riseminato nell’animo di un giovane, può germogliare, proprio come accade al personaggio di Manuel».
Nel recente, bellissimo film di Roberto Andò, Viva la libertà, lei è il grande vecchio della sinistra, il saggio che ne delinea con acume prospettive e limiti. Che consiglio si sente di dare alla parte politica che è nata con Gramsci e ora punta a Renzi?
«Ritrovare quella identità chiara: il popolo di sinistra è confuso. Agire con coraggio, anche a costo di scomodare settori di elettorato e di pagare sul piano dei voti».
Secondo lei è sufficiente l’impegno che la sinistra profonde nel difendere il teatro e la cultura?
«No, non basta. Il Paese riparte anche con un vero sostegno alla cultura».
Che vuol dire, per lei, essere antifascista oggi?
«Secondo me basterebbe essere ferocemente innamorati della Costituzione per essere antifascisti con un senso di attualità».
Che ricordi ha del giovane Tedeschi internato?
«Le umiliazioni inutili, i soprusi, la crudeltà di un potere bestialmente esibito, la solidarietà dei compagni, di cui solo il 2 per cento aderì a Salò, la formazione di una coscienza politica dopo anni di sonno autarchico».
Qual è stato il maestro di vita e di scelte che più ha influenzato il suo percorso esistenziale e artistico?
«Il direttore del Convitto partigiani e reduci, anche lui ex internato, che, nel dopoguerra, alla mia domanda di ammissione per poter studiare all’Accademia nazionale d’arte drammatica di Roma rispose: “Tedeschi, nell’Italia da ricostruire c’è bisogno di attori”. Così mi dette la possibilità di studiare recitazione. Quella risposta mi illuminò la strada e il senso che avrei dovuto dare al mio percorso».
Qual è la motivazione profonda che la spinge a calcare il palcoscenico alla sua rispettabile età?
«Perché sono ancora vivo, perché il teatro è vita, scuola di vita: i greci chiamano l’attore eithopoios, costruttore di etica, bisogna tenerlo in vita questo teatro».
Che cosa c’è dietro l’angolo, se davvero si rottamano le persone che hanno l’esperienza dolorosa del tragico, recente passato?
«Se la memoria si perde ci aspetta un medioevo postmoderno, ma…farà giorno».


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