Gli SPECIALI          Roma, 25 novembre 1996


Convegno sul "70° anniversario delle leggi eccezionali fasciste"

intervento di Elena Paciotti


Sono onorata di prendere la parola davanti a voi in questa solenne occasione in cui si ricordano vicende del nostro Paese e della nostra storia recente, per un verso tragiche e vergognose, ma per altro verso nobilissime e degne del nostro omaggio.
In un recentissimo libro, Il secolo breve, che è il nostro secolo, lo storico Hobsbawm ricorda che il 28 giugno del '92 il Presidente francese Mitterand fece un'improvvisa e inattesa comparsa a Sarajevo per ricordare all'opinione pubblica la gravità della crisi bosniaca, e in effetti la presenza di un anziano statista che sfidava il fuoco delle artiglierie fu un evento degno di nota.
Ma quasi nessuno si accorse che la data della visita era stata scelta perché era l'anniversario dell'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando che condusse nel giro di qualche settimana allo scoppio della prima guerra mondiale. "La memoria storica non era più viva", dice Hobsbawm. Eppure nel 1989 tutti i governi e soprattutto i ministeri degli Esteri avrebbero tratto grande beneficio da un seminario di storia sugli accordi di pace successivi alla prima guerra mondiale, accordi che la maggior parte di loro dimostrava di aver dimenticato. Ecco, la memoria storica è importante, e io credo che anche chi voglia occuparsi di giustizia, di sistemi, di ordinamenti giudiziari oggi in Italia farebbe bene a riflettere sulle vicende del Tribunale speciale fascista.
Questo è certamente un punto di vista molto particolare, limitato per così dire dalla mia esperienza professionale, perché ovviamente ben più ampie sono le riflessioni di ordine generale, di ordine storico-politico che sono suggerite dalle memorie di quelle vicende, e, direi prima di tutto, dalla memoria di migliaia di persone: furono 4596 i condannati del Tribunale speciale, molti dai nomi oscuri, operai, artigiani, originari di diverse regioni del nostro Paese che con il loro coraggioso comportamento davanti agli arroganti militari che usurpavano il titolo di giudici hanno riscattato il titolo d'Italia, allora compromesso dalla sua classe dirigente, dall'indifferenza dei più.
Ma non furono soltanto oscuri militanti di una fede coraggiosamente proclamata a subire feroci condanne e odiosi maltrattamenti. Furono fra di loro i più bei nomi dell'antifascismo italiano, destinati per fortuna in gran parte a vedere il crollo della dittatura e l'affermarsi della democrazia. Voi tutti li conoscete bene, ma per me è stata un'emozione leggere, nel volume pubblicato a cura dell'Anppia: Aula IV. Tutti i processi del Tribunale speciale fascista, i nomi di condannati oggi ancora illustri. Ho letto che già a un anno solo dall'inizio dell'attività del Tribunale speciale, nel '28, fu condannato, a cinque anni e sei mesi di carcere per propaganda comunista, Velio Spano; e nel cosiddetto processone ai membri del Comitato centrale del Pcd'I furono condannati a ventidue anni e nove mesi Umberto Terracini; a vent'anni e quattro mesi Antonio Gramsci e Mauro Scoccimarro; e nello stesso anno anche Giancarlo Pajetta, subì, ad appena diciassette anni, la sua prima condanna a due anni di carcere, (altra ben più dura a ventun'anni seguì poi); e nell'anno seguente tocca a Sandro Pertini essere condannato per attività sovversiva a dieci anni e nove mesi; e nel 1930, l'anno delle quattro condanne a morte mediante fucilazione degli irredentisti triestini e delle due condanne all'impiccagione di resistenti libici, è la volta di Camilla Ravera, condannata a quindici anni e sei mesi per costituzione del partito comunista, di Manlio Rossi Doria, di Emilio Sereni, condannati a quindici anni per lo stesso delitto. Nel 1931 la produttività del Tribunale speciale è impressionante: sono ben 519 i condannati per complessivi 2061 anni di carcere, oltre a una condanna a morte, quella dell'anarchico Schirru, reo di aver avuto l'intenzione di uccidere Mussolini. Fra i condannati a vent'anni di reclusione per attentato all'ordine costituzionale troviamo Riccardo Bauer, Ernesto Rossi.
Nel '32 il Tribunale speciale pronuncia la condanna a morte di Domenico Bovone, un industriale torinese accusato di attentati dinamitardi, e dell'anarchico Angelo Sbardellotto, reo anch'egli di aver avuto l'intenzione di uccidere Mussolini. Nello stesso anno Pietro Secchia viene condannato a diciassette anni e nove mesi di carcere, anch'egli per costituzione del partito comunista. E si potrebbe continuare a lungo, ricordando la condanna, nel '34, di Leone Ginsburg, nel '36 di Vittorio Foa, Michele Giua, Massimo Mila, nel '37 di Aligi Sassu e poi dal '41, fino alla soppressione del Tribunale speciale, riprendono le condanne a morte a carico soprattutto di partigiani della Venezia Giulia.
Ma che cosa può interessare oggi agli studiosi degli ordinamenti giuridici di quest'organismo, che di giudiziario aveva soltanto l'apparenza, mancandogli ciò che noi oggi consideriamo essenziale ad ogni giudizio e cioè la libertà e la volontà di decidere secondo coscienza, attenendosi alle risultanze processuali legalmente acquisite?
Certamente interessa rammentare le caratteristiche che ne fanno un inaccettabile giudice "straordinario", e questa qualificazione è forze più appropriata di quella consueta di giudice "speciale", perché allude non soltanto alla specialità della materia trattata ma all'anomalia della composizione, della durata, delle regole applicate, e queste caratteristiche del Tribunale speciale sono puntualmente ricordate nel volume, anch'esso pubblicato a cura dell'Anppia, di Claudio Longhitano: Il Tribunale di Mussolini, perché era per l'appunto il tribunale di Mussolini. Era composto da, come presidente, un generale delle forze armate, i cinque giudici erano ufficiali di quella milizia volontaria per la sicurezza nazionale che rappresentava una componente di partito nelle forze armate. Tutti scelti direttamente da Mussolini, lo aveva egli stesso annunciato alle Camere: "Fidatevi sarò io personalmente a scegliere questi giudici". Aveva questo tribunale una procedura molto particolare: era vietata la libertà provvisoria; era vietata qualsiasi impugnazione e la Corte di Cassazione ha sempre ritenuto inammissibile qualsiasi ricorso contro le decisioni di questo cosiddetto tribunale, ed era previsto l'immediato trasferimento dei processi che già fossero pendenti davanti ai giudici ordinari a questo speciale organo.
Era un organo certamente incostituzionale. L'art. 71 dello Statuto albertino vietava la costituzione di tribunali straordinari e, contemporaneamente alla istituzione di questo tribunale, furono stabiliti nuovi delitti contro la sicurezza dello Stato che reprimevano il dissenso politico e anche il mero concerto, accordo e intenzione di opporsi, e, insieme, viene reintrodotta la pena di morte. L'odiosità e l'illegalità di queste caratteristiche è stata giustificata, come è noto, da Alfredo Rocco con lo stato di necessità in cui si trovava lo Stato fascista: difendersi dai pericoli derivanti dall'attività degli oppositori politici. Questa tesi merita forse che se ne tragga occasione di rinnovata fiducia nelle nostre istituzioni, troppo spesso denigrate da critiche ingenerose, ricordando come dalla pur grave minaccia dell'eversione terroristica, che tante vittime è costata al Paese, si è saputo reagire senza strappi alla legalità costituzionale e affidando alla magistratura ordinaria, pur direttamente colpita dai terroristi, la repressione dei loro delitti secondo ordinarie procedure legali. Furono adottate bensì leggi più severe e anche discusse, ma la loro approvazione e la loro applicazione restò nei binari di quelle regole costituzionali volute da coloro che usciti dall'esperienza della dittatura fascista mai avrebbero accettato di vederne rivivere, anche se per difendere la democrazia, qualcuno dei suoi metodi.
E questo resta un motivo di merito del nostro Paese e della nostra magistratura. Ma il profilo che a me interessa di più ricordare è quello dei motivi per i quali la magistratura ordinaria risultasse così inaffidabile agli occhi del regime fascista da non poter consentire che l'applicazione delle nuove dure leggi a difesa del regime restasse nelle sue mani. Questo non dipendeva da particolari garanzie di indipendenza di cui godesse allora la magistratura: nomine, trasferimenti, promozioni di tutti i magistrati dipendevano dall'esecutivo e il pubblico ministero, ordinato gerarchicamente, era tenuto a seguirne le direttive. In questo contesto il pubblico ministero era certamente uno strumento docile nelle mani del regime, ma non così la magistratura giudicante.
E' anche il ricordo di quell'ordinamento che ci rende oggi così gelosi dell'indipendenza del pubblico ministero e della sua collocazione in quell'ordine giudiziario, retto dal felice sistema di governo autonomo voluto dai nostri costituenti è imitato e invidiato dai paesi a noi vicini. Quella magistratura giudicante non era dunque pienamente affidabile per il regime per ameno tre ordini di ragioni. La prima è una ragione di ordine culturale: la formazione culturale di un ceto di giuristi è effetto di un processo lungo e complesso, nel quale confluiscono concezioni teoriche, tecnico-professionali che non possono essere buttate molto rapidamente e quando un corpo di magistrati così formato resta sostanzialmente immutato nel cambiamento del regime i suoi orientamenti culturali restano, almeno in parte, legati alle concezioni di fondo in cui si sono formati; e questo è accaduto anche nell'ultimo dopoguerra allorché si trovarono ad amministrare giustizia nel vigore della Costituzione repubblicana i magistrati che erano cresciuti, si erano formati, erano stati nominati nel periodo fascista, e con qualche conseguenza non lieve in termini di ritardo nell'adeguamento ai nuovi principi costituzionali della giurisprudenza degli atteggiamenti, delle concezioni, dei comportamenti.
E' noto il caso del procuratore generale Massimo Pilotti che all'inaugurazione dell'anno giudiziario omise di salutare il presidente della Repubblica De Nicola volutamente, e questa continuità fisica è simboleggiata da molte figure. Ricordo, per esempio, che negli anni '50 procuratore generale di questa Corte di Cassazione, prima, e poi a lungo primo presidente della Corte fu Ernesto Eula che era stato il primo e assai determinato accusatore di Sandro Pertini davanti al Tribunale di Savona nel 1925. Però anche in questo caso reputo un merito delle nostre istituzioni di aver consentito piena indipendenza alla magistratura perché, se è lecito, allorché si passa da una dittatura a un regime democratico, procedere a un rinnovamento del personale a cui sono affidati delicati incarichi pubblici (e questo per la verità non fu attuato pienamente dalla nostra democrazia dopo la caduta del fascismo), però, una volta che questo rinnovamento sia stato effettuato nei limiti in cui si ritenga possibile e doveroso farlo, si deve poi rinunziare a pretendere di condizionare direttamente ai propri orientamenti politici la giurisdizione, assicurando comunque l'indipendenza dei magistrati e attendendo, con la pazienza che deve essere propria della democrazia, che il rinnovamento culturale segua al radicarsi e al diffondersi dei nuovi valori, dei nuovi principi. E questo è ciò che è accaduto infatti negli anni successivi.
Ma all'epoca, tornando al 1926, quando fu istituito il Tribunale speciale, i magistrati italiani erano in gran parte formati in epoca liberale, talvolta con chiusure e limitazioni di classe, ma legati a regole e principi giuridici che li rendevano non pienamente affidabili alle esigenze del regime in tema di repressione di nuovi delitti politici, e ciò nonostante che il fascismo avesse provveduto all'allontanamento dalla magistratura degli elementi meno addomesticabili politicamente attraverso una vera e propria epurazione, applicando anche ai magistrati la dispensa dal servizio prevista per i funzionari che si pongono "in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del Governo". Nel 1926 vengono così allontanati 17 magistrati di ogni ordine e grado.
Una seconda ragione di inaffidabilità di quella magistratura sta nel fatto che, mentre la magistratura inquirente, ordinata com'è gerarchicamente, può agevolmente essere controllata dall'alto, questo è assai più difficile per la magistratura giudicante. I molteplici collegi giudicanti, i giudici singoli diffusi su tutto il territorio nazionale pronunsero le loro decisioni a seguito di udienze pubbliche, nel contraddittorio tra le parti, sulla base di norme scritte, con sentenze che una volta pubblicate è impossibile modificare. E' difficile allora un controllo preventivo costaste capillare ed è impossibile impedire materialmente a chi ne abbia la volontà e il coraggio di decidere secondo coscienza, e, infatti, nonostante direttive e richiami che vengono dall'alto, attraverso i capi di Corte, i procuratori del re, vi sono stati, accanto a vergognosi esempi di pronunzie ossequienti non alla legge ma agli interessi del regime (come quella della Corte di Chieti, i cui componenti furono visti stringere la mano agli assassini di Matteotti, poi condannati a pene burla), anche esempi di fedeltà dei giudici al proprio ruolo e voglio qui ricordare i giudici del tribunale di Napoli: Giuseppe Ricciulli, Carlo Cagnassi, Francesco Carvelli, che, il 17 giugno 1937 (il regime era assai consolidato), assolsero Sandro Pertini ingiustamente accusato di oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale per aver chiesto ragione di ingiusti provvedimenti della direzione della Colonia di Ponza dove era confinato. Ma l'esempio più clamoroso e degno di rispetto è forse quello dei giudici della Sezione istruttoria, o Sezione d'accusa, della Corte d'appello di Cagliari, chiamati a decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio per omicidio volontario di Emilio Lussu che, il 31 ottobre del 1926 (dopo l'attentato a Mussolini a Bologna addebitato al sedicenne Anteo Zamboni, linciato sul posto), venne aggredito da una ventina di fascisti nel suo studio di notte. Egli aveva avvertito gli assalitori di essere armato e che si sarebbe difeso, ma l'assalto proseguì e uno dei due assalitori che si era arrampicato sul balcone viene colpito a morte da Lussu. Era un chiaro caso di legittima difesa, ma il regime non poteva ammettere che la richiesta dell'accusa venisse respinta. Intervenne personalmente nel Collegio il Presidente della Corte d'Appello: non ottenne il rinvio a giudizio per omicidio volontario, ma riuscì a evitare il proscioglimento.
La pronunzia di rinvio a giudizio per omicidio con la diminuente di eccesso in legittima difesa fu però annullata dalla Corte di Cassazione e dovette intervenire un nuovo Collegio.
La sera del 22 ottobre del 1927, di sabato, si riuniscono con urgenza i nuovi consiglieri, decidono il proscioglimento e depositano immediatamente la sentenza. Il lunedì mattina il proscioglimento per difesa legittima sorprende le autorità come una bomba, ma è cosa fatta. Arcangelo Marras, Decio Lobina, Antonio Giuseppe Manca Casu hanno fatto giustizia con intelligenza e coraggio, anche se naturalmente Lussu non sarà scarcerato ma inviato al confino di polizia a Lipari. La terza ragione della inaffidabilità per il regime della magistratura sta nel fatto che vi era già da anni operante in Italia l'Associazione dei magistrati.
L'associazionismo giudiziario in Italia ha una forte e radicata tradizione che risale ai primi del Novecento. Nell'aprile del 1904 magistrati in servizio nel distretto della Corte d'Appello di Trani sottoscrissero un documento noto poi come il proclama di Trani, diretto al Capo del Governo e al Ministro della Giustizia, con il quale si sollecitava una riforma dell'ordinamento giudiziario. Il documento, che rappresentava la prima iniziativa collettiva di magistrati, fu pubblicato con grande risalto dal Corriere giudiziario, un settimanale di vita forense; in breve tempo furono raccolte sul testo 350 adesioni da tutta Italia. La risposta del Governo fu in una duplice direzione: sanzioni disciplinari e concessioni di modesti aumenti di stipendio.
Ma un processo era ormai innescato, il Corriere giudiziario si fece sostenitore attivo del movimento, ospitò numerosi contributi di magistrati che ormai prospettavano l'esigenza di costituire un'organizzazione e di indire un congresso. Il 13 giugno del 1909, a Milano, 44 magistrati, raccogliendo gli spunti di questo dibattito, fondarono l'Associazione Generale fra i Magistrati d'Italia. Nel settembre del 1911 i soci ammontavano a più di 1700, per raggiungere nell'aprile del 14 il numero di 2067.
Allorché seppe della costituzione dell'Associazione, il Ministro guardasigilli dell'epoca rilevò che era una cosa inammissibile perché presupponeva che in un'assemblea potessero avere eguale diritto di parola e di voto il Primo Presidente della Corte di Cassazione e l'ultimo uditore. E dove sarebbero finite la disciplina e la gerarchia? Appunto, lo spirito di indipendenza e la consapevolezza del proprio ruolo furono fortemente potenziate dall'Associazione.
E quando il regime fascista introdusse per legge il divieto di libera associazione per i dipendenti pubblici, i dirigenti dell'Associazione Generale dei Magistrati d'Italia si rifiutarono di trasformare l'Associazione in sindacato fascista, e l'Assemblea generale, tenuta il 21 dicembre del 1925, deliberò lo scioglimento dell'Associazione. Nell'articolo di fondo sull'ultimo numero della Magistratura, il 15 gennaio 1926, dal titolo "l'Idea che non muore", che va attribuito al segretario generale dell'epoca, Vincenzo Chieppa, si legge: "Forse con un po' più di comprensione, come eufemisticamente suol dirsi, non ci sarebbe stato impossibile organizzarsi una piccola vita senza gravi dilemmi e senza rischi, una piccola vita soffusa di tepide aurette, al sicuro dalle intemperie e protetta dalla nobiltà di qualche satrapia. La mezza fede non è il nostro forte, la vita comoda è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri. Ecco perché abbiamo preferito morire". Con regio decreto 16 dicembre 1926 i più noti dirigenti dell'Associazione a cominciare dal segretario generale, Vincenzo Chieppa, furono destituiti dalla magistratura. Alla caduta del fascismo l'Associazione viene ricostituita e Vincenzo Chieppa, riassunto in magistratura, ne fu uno dei dirigenti.
Nel dicembre del 1945 riprese le pubblicazioni il periodico La Magistratura, tuttora è edito regolarmente dalla nostra Associazione, cui aderisce oggi più del 90% dei magistrati italiani.
Questa Associazione io ho qui l'onore di rappresentare e a questa circostanza è dovuto il privilegio di avere oggi potuto prendere la parola davanti a voi, del ché sinceramente vi ringrazio.