Saluto del senatore Paolo Bufalini,
presidente dell'Anppia
Signore e signori, amici carissimi,
a nome dell'Associazione dei perseguitati politici antifascisti, dichiaro
aperti i lavori di questo incontro da noi promosso per ricordare il
settantesimo anniversario della emanazione delle leggi eccezionali fasciste.
Ringrazio innanzitutto caldamente il primo Presidente della suprema
Corte di cassazione, che ha accolto la nostra richiesta di poterci riunire
qui, in quest'aula, non lontano da quella in cui ebbe sede il famigerato
Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Rivolgo un saluto deferente al capo dello Stato, che sarà tra noi questa
mattina.
Ringrazio tutti gli intervenuti, i rappresentanti delle istituzioni,
i membri del governo e del Parlamento, della Corte costituzionale, gli
esponenti della magistratura, delle associazioni dei magistrati e del
mondo forense che sono qui presenti o che ci hanno comunicato la loro
cordiale adesione.
Saluto e ringrazio gli oratori della nostra manifestazione - il professor
Lucio Villari, il professor Giuliano Vassalli, la dottoressa Elena Paciotti
- dei quali non ho certo bisogno di illustrarvi la personalità.
Un saluto particolarmente affettuoso permettetemi di rivolgerlo a quegli
amici e compagni presenti, che sono tra i protagonisti superstiti della
lotta antifascista. Donne e uomini che hanno pagato con il carcere e
il confino, durante il ventennio della tirannide fascista, la loro dedizione
alla libertà e alla democrazia, e sono stati fra gli animatori e i protagonisti
della lotta di Resistenza per la liberazione e il riscatto dell'Italia.
E un saluto caloroso vada ai giovani che con la loro presenza tra noi
testimoniano la permanente validità degli ideali per cui ci siamo battuti,
e che a loro spetta portare avanti nelle mutate condizioni di oggi.
Proprio la presenza di questi giovani, carissimi amici, conferma che
il nostro incontro non è solo rievocazione del passato. Viviamo in un
periodo di travaglio e di crisi della nostra vita nazionale, nel quale
siamo tutti spinti a ripensare la nostra storia.
E anche noi vogliamo ripercorrere vicende dalle quali oltre mezzo secolo
ci separa, con animo sereno, distaccato dalle passioni più immediate
di allora e nutrito anche di pietà verso i morti e di rispetto verso
tutti coloro che caddero combattendo con onestà di intenti da una parte
e dall'altra. Vogliamo anche in questo modo concorrere a creare un clima
che favorisca la più ampia rinnovata condivisione dei valori e dei principi
dell'antifascismo, su cui si fonda e deve continuare a fondarsi lo Stato
democratico.
Questo fu del resto lo spirito che animò già subito dopo la Liberazione
l'amnistia proclamata dai governi di unità nazionale.
Ma tutto questo non può in nessun modo essere confuso con una "riconciliazione"
che ponendo tutti sullo stesso piano conduce ad offuscare responsabilità
storiche ormai definitivamente accertate.
Riflessione sulla storia è cosa ben diversa da quella rimozione della
storia, che è perseguita da quanti ci esortano a dimenticare, a stendere
un velo sul passato.
Consentitemi a questo proposito di esprimere il più vivo compiacimento
dell'Anppia per la decisione presa dal ministro della Pubblica Istruzione,
accogliendo anche una nostra antica sollecitazione, di riservare alla
storia del Novecento l'ultimo anno di insegnamento della storia nelle
scuole medie e superiori, e di promuovere a questo fine un adeguato
programma di aggiornamento degli insegnanti.
Carissimi amici,
il nostro incontro di oggi rappresenta già di per sé una risposta ai
tentativi ricorrenti di limitare le responsabilità storiche del fascismo
agli anni conclusivi della sua parabola.
Agli anni successivi, cioé, a quella scelta sciagurata di asservimento
della nostra patria al regime hitleriano, con l'Asse Roma-Berlino e
il Patto d'acciaio, che condusse all'emanazione delle ignominiose leggi
razziali e al coinvolgimento dell'Italia in una guerra di aggressione
per il dominio mondiale, conclusasi con la catastrofe nazionale.
Ebbene, noi siamo riuniti qui oggi nella ricorrenza dei giorni che,
con l'approvazione delle leggi eccezionali e la promulgazione del nuovo
Testo Unico di Pubblica sicurezza, segnarono nel novembre del 1926 -
e dunque oltre un decennio prima del patto di asservimento a Hitler
e delle leggi contro gli ebrei - un momento decisivo della soppressione
di ogni libertà democratica in Italia. Divennero definitivamente palesi,
in quei giorni, l'instaurazione di un regime autoritario e tirannico,
la distruzione di ogni garanzia democratica, la liquidazione dello Stato
di diritto.
Saranno gli oratori del nostro incontro a parlarvene diffusamente. Io
voglio solo limitarmi a ricordare che quelle leggi non giunsero improvvise,
ma furono il coronamento di un processo di soppressione sistematica
delle libertà democratiche, sviluppatosi lungo tutti gli anni precedenti,
subito dopo il colpo di Stato del 28 ottobre 1922. Il 1923, il 1924,
il 1925, il 1926 furono anni che non videro solo la protezione accordata
alla violenza sistematica contro gli oppositori, fino all'assassinio
di Don Giovanni Minzoni, di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola.
Furono anni scanditi dall'istituzione e dall'introduzione fra le forze
armate dello Stato di una milizia di partito; dalla sovrapposizione
agli organi dello Stato di un organo di parte come il Gran Consiglio
del fascismo; dal progressivo esautoramento del Parlamento, dalla subordinazione
del Parlamento all'Esecutivo e dalla subordinazione di entrambi alla
persona del "Capo del governo"; dall'abolizione delle amministrazioni
elettive locali; dall'adozione di misure sistematiche di mortificazione
dei diritti di libertà del cittadino, di soppressione della libertà
sindacale e di sciopero, della libertà di associazione, della libertà
di stampa; misure che ponevano il cittadino alla mercé della discrezionalità
dell'amministrazione e degli organi di polizia, fino alla possibilità
di vedersi privato della cittadinanza e di veder confiscati i suoi beni,
"anche se il fatto non costituisca reato", come testualmente recitava
la legge108 del 31 gennaio 1926.
Non si tratta qui di ripercorrere puntualmente quelle vicende, ma non
è fuor di luogo ricordare che in quel clima maturarono le norme alle
quali è dedicato il nostro incontro di oggi, norme con le quali furono
colpiti insieme sia l'indipendenza della magistratura, sia il rispetto
dei diritti del cittadino: valori fondamentali che - consentitemi di
ricordarlo concludendo - non possono essere fra di loro contrapposti
ma vanno insieme sempre difesi.