Gli SPECIALI          Roma, 25 novembre 1996


Convegno sul "70° anniversario delle leggi eccezionali fasciste"

Saluto del senatore Paolo Bufalini, presidente dell'Anppia


Signore e signori, amici carissimi,
a nome dell'Associazione dei perseguitati politici antifascisti, dichiaro aperti i lavori di questo incontro da noi promosso per ricordare il settantesimo anniversario della emanazione delle leggi eccezionali fasciste.
Ringrazio innanzitutto caldamente il primo Presidente della suprema Corte di cassazione, che ha accolto la nostra richiesta di poterci riunire qui, in quest'aula, non lontano da quella in cui ebbe sede il famigerato Tribunale speciale per la difesa dello Stato.
Rivolgo un saluto deferente al capo dello Stato, che sarà tra noi questa mattina.
Ringrazio tutti gli intervenuti, i rappresentanti delle istituzioni, i membri del governo e del Parlamento, della Corte costituzionale, gli esponenti della magistratura, delle associazioni dei magistrati e del mondo forense che sono qui presenti o che ci hanno comunicato la loro cordiale adesione.
Saluto e ringrazio gli oratori della nostra manifestazione - il professor Lucio Villari, il professor Giuliano Vassalli, la dottoressa Elena Paciotti - dei quali non ho certo bisogno di illustrarvi la personalità.
Un saluto particolarmente affettuoso permettetemi di rivolgerlo a quegli amici e compagni presenti, che sono tra i protagonisti superstiti della lotta antifascista. Donne e uomini che hanno pagato con il carcere e il confino, durante il ventennio della tirannide fascista, la loro dedizione alla libertà e alla democrazia, e sono stati fra gli animatori e i protagonisti della lotta di Resistenza per la liberazione e il riscatto dell'Italia.
E un saluto caloroso vada ai giovani che con la loro presenza tra noi testimoniano la permanente validità degli ideali per cui ci siamo battuti, e che a loro spetta portare avanti nelle mutate condizioni di oggi.
Proprio la presenza di questi giovani, carissimi amici, conferma che il nostro incontro non è solo rievocazione del passato. Viviamo in un periodo di travaglio e di crisi della nostra vita nazionale, nel quale siamo tutti spinti a ripensare la nostra storia.
E anche noi vogliamo ripercorrere vicende dalle quali oltre mezzo secolo ci separa, con animo sereno, distaccato dalle passioni più immediate di allora e nutrito anche di pietà verso i morti e di rispetto verso tutti coloro che caddero combattendo con onestà di intenti da una parte e dall'altra. Vogliamo anche in questo modo concorrere a creare un clima che favorisca la più ampia rinnovata condivisione dei valori e dei principi dell'antifascismo, su cui si fonda e deve continuare a fondarsi lo Stato democratico.
Questo fu del resto lo spirito che animò già subito dopo la Liberazione l'amnistia proclamata dai governi di unità nazionale.
Ma tutto questo non può in nessun modo essere confuso con una "riconciliazione" che ponendo tutti sullo stesso piano conduce ad offuscare responsabilità storiche ormai definitivamente accertate.
Riflessione sulla storia è cosa ben diversa da quella rimozione della storia, che è perseguita da quanti ci esortano a dimenticare, a stendere un velo sul passato.
Consentitemi a questo proposito di esprimere il più vivo compiacimento dell'Anppia per la decisione presa dal ministro della Pubblica Istruzione, accogliendo anche una nostra antica sollecitazione, di riservare alla storia del Novecento l'ultimo anno di insegnamento della storia nelle scuole medie e superiori, e di promuovere a questo fine un adeguato programma di aggiornamento degli insegnanti.

Carissimi amici,
il nostro incontro di oggi rappresenta già di per sé una risposta ai tentativi ricorrenti di limitare le responsabilità storiche del fascismo agli anni conclusivi della sua parabola.
Agli anni successivi, cioé, a quella scelta sciagurata di asservimento della nostra patria al regime hitleriano, con l'Asse Roma-Berlino e il Patto d'acciaio, che condusse all'emanazione delle ignominiose leggi razziali e al coinvolgimento dell'Italia in una guerra di aggressione per il dominio mondiale, conclusasi con la catastrofe nazionale.
Ebbene, noi siamo riuniti qui oggi nella ricorrenza dei giorni che, con l'approvazione delle leggi eccezionali e la promulgazione del nuovo Testo Unico di Pubblica sicurezza, segnarono nel novembre del 1926 - e dunque oltre un decennio prima del patto di asservimento a Hitler e delle leggi contro gli ebrei - un momento decisivo della soppressione di ogni libertà democratica in Italia. Divennero definitivamente palesi, in quei giorni, l'instaurazione di un regime autoritario e tirannico, la distruzione di ogni garanzia democratica, la liquidazione dello Stato di diritto.
Saranno gli oratori del nostro incontro a parlarvene diffusamente. Io voglio solo limitarmi a ricordare che quelle leggi non giunsero improvvise, ma furono il coronamento di un processo di soppressione sistematica delle libertà democratiche, sviluppatosi lungo tutti gli anni precedenti, subito dopo il colpo di Stato del 28 ottobre 1922. Il 1923, il 1924, il 1925, il 1926 furono anni che non videro solo la protezione accordata alla violenza sistematica contro gli oppositori, fino all'assassinio di Don Giovanni Minzoni, di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola. Furono anni scanditi dall'istituzione e dall'introduzione fra le forze armate dello Stato di una milizia di partito; dalla sovrapposizione agli organi dello Stato di un organo di parte come il Gran Consiglio del fascismo; dal progressivo esautoramento del Parlamento, dalla subordinazione del Parlamento all'Esecutivo e dalla subordinazione di entrambi alla persona del "Capo del governo"; dall'abolizione delle amministrazioni elettive locali; dall'adozione di misure sistematiche di mortificazione dei diritti di libertà del cittadino, di soppressione della libertà sindacale e di sciopero, della libertà di associazione, della libertà di stampa; misure che ponevano il cittadino alla mercé della discrezionalità dell'amministrazione e degli organi di polizia, fino alla possibilità di vedersi privato della cittadinanza e di veder confiscati i suoi beni, "anche se il fatto non costituisca reato", come testualmente recitava la legge108 del 31 gennaio 1926.
Non si tratta qui di ripercorrere puntualmente quelle vicende, ma non è fuor di luogo ricordare che in quel clima maturarono le norme alle quali è dedicato il nostro incontro di oggi, norme con le quali furono colpiti insieme sia l'indipendenza della magistratura, sia il rispetto dei diritti del cittadino: valori fondamentali che - consentitemi di ricordarlo concludendo - non possono essere fra di loro contrapposti ma vanno insieme sempre difesi.