35 anni di ricordi con Giorgio Amendola

di Gaetano Arfé


L'Associazione e Rivista "Le Ragioni del Socialismo" ha organizzato il 28 giugno una giornata di studio per ricordare, a vent'anni dalla scomparsa, Giorgio Amendola.

Il convegno "Giorgio Amendola nella storia dell'Italia repubblicana" si è svolto nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, a Roma.

Alla presenza delle più alte autorità dello Stato, del presidente della Repubblica Ciampi, del presidente del Senato Mancino e del Presidente della Camera Violante, i tre relatori Giorgio Napolitano, Luciano Cafagna e Umberto Ranieri hanno sottolineato la grande influenza del pensiero e dell'azione di Giorgio Amendola nella costruzione dello stato repubblicano, nel rinnovamento democratico della politica e della sinistra tutta e del partito comunista in particolare.

Definito dai relatori e dagli interventi assai numerosi di amici e compagni, tra cui va sottolineato quello del Presidente del Consiglio Giuliano Amato, uomo non retorico, uomo crudo nella sua ricerca della verità, sono state ripercorse le tappe significative del suo pensiero e delle sue battaglie politiche all'esterno, ma soprattutto all'interno del suo partito.

Le relazioni e i numerosissimi contributi, non sono stati scevri tra l'altro, da ricordi personali, da cui scaturisce la schiettezza dell'uomo, il vigore nella difesa dei suoi orientamenti, la capacità di critica e autocritica.

Da tutti è stata sottolineata la necessità e l'invito a promuovere una nuova riflessione sulla personalità e sull'eredità politica e culturale che Giorgio Amendola, antifascista, resistente, e uomo della Repubblica ci ha lasciato.

  Sono sceso in politica, come oggi si dice, poco meno di sessant'anni fa e, guardando indietro, gli uomini che hanno più direttamente influenzato il mio modo di intenderla e praticarla, procurando di rimanere nelle seconde file e finché mi è stato possibile, sono stati Pietro Nenni e Giorgio Amendola. Fra i tratti che essi ebbero in comune, pur nella diversità dei temperamenti e dei contesti storici e politici nei quali si trovarono a operare fu la concezione della politica come attività creativa volta a promuovere e compiere, quale ne sia il costo anche in termini di sacrifici e di rischi personali, azioni che diventino fatti capaci di generare altri fatti. Le doti che essi ebbero furono la fedeltà all'idealità professate e la refrattarietà ai dogmatismi, ai dottrinarismi e agli schematismi che segnano di sé la storia del movimento operaio di ispirazione socialista, con esiti spesso nefasti; un coraggio fisico senza limiti; una continuità e un'assiduità nell'impegno che non lasciava spazio ad altri interessi; una passione inestinguibile. Quando fu eletto alla Costituente Amendola disse, con una punta, mi parve, di nostalgia: finora per far politica ho rischiato la galera e anche la pelle, ora mi pagano. Sono gli uomini che Max Weber, sociologo e non poeta, ha definiti gli eroi della politica, quelli che non accettano mai la sconfitta, che ogni volta ritornano alla lotta puntando sull'impossibile, senza di che il possibile non sarebbe mai raggiunto.

Le "svolte" di Nenni furono parecchie, più o meno felici ma mai ispirate a considerazioni di opportunità, e furono anche altrettante rivolte contro formule divenute paralizzanti. Amendola non poté essere protagonista di svolte, costretto come fu a fare i conti con una organizzazione a ordinamento gerarchico, a strutture rigide, legata con un vincolo di ferrea osservanza ai dogmi del partito-guida e dello stato-guida. Di fronte ad essi non fu mai un eretico, ma ne dette una interpretazione laica, che poté via via aprirsi a revisioni adeguate ai "bisogni dei tempi" che dessero al suo partito, pur senza metterne in discussione la collocazione nel "campo socialista" la carica di autonomia necessaria a farne la forza motrice del processo di trasformazione democratica aperto dalla Resistenza.

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Io lo conobbi nell'autunno del 1945 in una riunione dell'Associazione Partigiani a Napoli, nel corso della campagna per la repubblica che nella città, come in tutto il Mezzogiorno, fu dura, tesa e qualche volta cruenta. Giorgio era già per noi più giovani un mito e lo avvicinai con una timidezza, accentuata dalla imponenza della sua figura. Ero tra i pochissimi socialisti e questo forse lo indusse a dimostrarmi una particolare cordialità. Gli raccontai allora che a Sondrio, dove ero

riparato presso un mio zio per sfuggire alle attenzioni della polizia, reduce da un assaggio di galera, avevo messo insieme un gruppetto di giovani tra i quali un salernitano, che si era pretenziosamente costituito in GAP - gruppo di azione partigiana - intitolato a Giovanni Amendola, un nome che avevo preferito a quello di Matteotti  -mio padre mi aveva educato al culto inseparabile di entrambi - per ragioni di patriottismo meridionale. Il nostro primo segno di vita era stato la diffusione di un volantino ciclostilato clandestinamente e mentre circolavo tutto fiero per l'impresa compiuta fui preso garbatamente per un braccio da un maresciallo della squadra politica, napoletano, che aveva presenziato ai miei interrogatori e che mi mise sotto il naso una copia del volantino e mi disse: se conoscete qualcuno dei ragazzi che hanno fatto questa bravata, fategli sapere che sono dei fessi, perché qui quelli che conoscono il nome di Giovanni Amendola si contano sulle dita di una mano sola. Dopo di che appallottolò il foglietto e lo buttò in una fognatura.

Fu forse questo racconto all'origine dell'amicizia affettuosamente protettiva che egli mi ha portata e che resta tra i ricordi migliori dei miei lunghi decenni di milizia politica. La sua devozione alla memoria del padre era pudicamente celata - quando Enrico Berlinguer emerse quale dirigente della gioventù comunista brontolava: Mario Berlinguer è diventato il padre di Enrico, io resterò per la vita il figlio di Giovanni - ma era e rimase profonda e intensa. Me ne resi conto quando nell'ultima fase della sua vita nei corridoi del parlamento di Strasburgo potemmo avere conversazioni lunghe e distese e il dramma dell'Aventino, e in esso quello di suo padre, ritornò più volte nelle sue riflessioni e nei suoi ricordi. Era sicuro di essere rimasto fedele alle sue motivazioni ideali. Prima di essere massacrato dagli squadristi Giovanni Amendola era stato tradito dal re, isolato dalla classe dirigente liberale, abbandonato da quei ceti medi nei quali aveva riposte le sue speranze per una civile battaglia di restaurazione delle legalità e della libertà nel paese. Ricordò un corteo di "amendoliani" a Roma che si era dissolto al primo apparire di una camicia nera. Di questo suo padre aveva preso atto alla vigilia della morte e lui, Giorgio, ne aveva tratte le conseguenze: la lotta al fascismo era lotta contro la monarchia, contro le classi dirigenti, nella consapevolezza di non poter contare su un ceto medio invertebrato e vile e l'obiettivo non poteva essere quello di restaurare l'Italia giolittiana, matrice del fascismo, quella Italia della quale Giovanni Amendola aveva detto: "Non ci piace". La sola forza sociale che non si era lasciata fascistizzare era la classe operaia e il suo partito era il partito comunista. Mario Alicata che era stato il suo braccio destro nelle battaglie meridionalistiche lo aveva definito "l'autocritica conseguente e vivente di Giovanni Amendola"

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Nel partito che divenne il suo, il ruolo di Giorgio fu sempre di primissimo piano. Fu, dopo Togliatti, la più lucida intelligenza politica del comunismo italiano e lo sopravanzò nelle capacità di intuire le linee di sviluppo della realtà interna e internazionale, non ne ebbe la superiore e cinica destrezza tattica nei complessi e coperti giochi interni di partito. In essi si calò con foga e irruenza pur sapendo che questo gli creava avversioni e ostilità inestinguibili: ognuno deve battersi diceva, e mi consigliava, con le armi che gli sono congeniali. Fu accusato di autoritarismo ed egli lo ammetteva: quando in occasione dei suoi settant'anni gli dedicai un articolo nel quale scrissi che non aveva avuto bisogno di Stalin per essere autoritario, lo era di suo, mi ringraziò dicendomi: finalmente uno che mi ha capito. Era un autoritarismo alimentato dall'insofferenza nei confronti della vita politica, della pigrizia intellettuale, dell'opportunismo spicciolo. Era un autoritarismo dietro il quale erano anche le esperienze che la sua generazione aveva vissute e sofferte e che avevano messo in evidenza l'astrattismo del democratismo dottrinario fondato sulla legge dei numeri nei cui confronti la posizione di Amendola non è diversa da quella di Gramsci, di Rosselli, di Spinelli, di Nenni, di Saragat, degli uomini di punta della nuova generazione antifascista. L'irruzione gregaria e attivistica delle masse sulla scena seguita alla prima guerra mondiale aveva modificato radicalmente i termini della lotta sociale e politica e aveva messe in crisi le dottrine tradizionali. Il partito socialista, governato da regole democratiche scrupolosamente rispettate, non era stato in grado di elaborare nuovi criteri di organizzazione e di direzione politica nella crisi del dopoguerra ed era passato dalla paralisi alla disgregazione. La maggioranza non fascista era stata battuta per vie formalmente legali e aveva poi dato al regime fascista un consenso plebiscitario; in Germania la popolazione della Rhur aveva votato massicciamente per la Germania di Hitler, il fronte popolare francese, vinte le elezioni, si era sfaldato al primo urto e quello spagnolo era stato attaccato col ferro e col fuoco dalla sedizione franchista sostenuta dai governi fascista e nazista, mentre i governi democratici europei recitavano la farsa del "non-intervento" per arrivare alla capitolazione di Monaco. La Resistenza era stata una lotta di indubbia natura democratica, ma avviata e imposta da una minoranza che non aveva il conforto del voto popolare

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Nei residuati della memoria storica del fu partito comunista l'autoritarismo di Amendola è entrato, rancoroso, tra i miti di famiglia e  ad esso un altro se ne aggiunge, a mezza voce: fu filosovietico e lo rimase fino all'ultimo.

E' una questione, questa, che va ben al di là della sua persona e che meriterebbe studi, riflessioni e discussioni intorno a problemi che vanno dallo scoppio della guerra fredda al crollo dell'impero sovietico e a quello che ne è seguito. Il suo sovietismo, comunque, non ebbe mai i caratteri del bigottismo e del conformismo servile che toccò non di rado le punte del grottesco e che inquinò anche il partito socialista. Era la presa d'atto che la rottura avvenuta negli equilibri internazionali imponeva quella che allora si chiamava una scelta di campo, accettandone anche tutti i passivi, in attesa di tempi migliori: e per chi voleva il socialismo la scelta era obbligata.

Fu quello che mi disse quando, nel '47, seguii Saragat nella scissione di palazzo Barberini. Confesso che dopo la mia decisione avevo cercato di evitarlo temendone l'ira. Ma nella Napoli di allora le occasioni di incontri erano frequenti e così avvenne che ci trovammo a una conferenza su Gobetti tenuta, se non ricordo male, da Natalino Sapegno, ma le sue parole, con mio sollievo e stupore, furono pacate e amichevoli. Gli spiegai che non mi ero convertito all'anticomunismo, che avevo ritenuto di dovere concorrere a erigere, a sinistra, una linea di difesa nei confronti dello stalinismo che fosse anche stimolo  dialettico alla evoluzione in senso autonomistico del partito comunista italiano. Mi rispose che nell'ambito di una strategia di dimensioni mondiali che egli accettava senza riserve, mai il suo partito avrebbe delegato ad altri che al proletariato italiano il compito di costruire il socialismo. Si disse sicuro che nel partito di Saragat non sarei rimasto a lungo. E così fu. E quando qualche tempo dopo mi trovai a collaborare con lui nel Movimento per la rinascita del Mezzogiorno, mi comunicò, alla vigilia della prima prova sul campo, il successo della "linea Amendola", l'abolizione nelle assemblee del movimento degli applausi ritmati alla maniera sovietica. E che non fosse solo una battuta lo si vide qualche anno dopo, nel '56, quando fu Amendola, e non quelli che si proposero poi di superare lo stalinismo per la via del maoismo, a denunciare la drammatica grandiosità dell'evento e porre il problema ineludibile e pur rimasto eluso del "che fare"?

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Da lui mi venne una spinta importante a perseverare sulla via degli studi storici che avevo intrapresa. Gli "ex-studenti", amava ripetere con Antonio Labriola, gli intellettuali mancati o falliti, erano stati una delle sciagure del socialismo italiano, e su tutti i giovani che gli stavano intorno egli vigilava, severo come un precettore d'altri tempi, perché non abbandonassero i loro studi. Si interessò molto alle mie ricerche sulla storia politica e culturale del Mezzogiorno risorgimentale, mi presentò a Togliatti venuto a Napoli per un comizio quale autore di un breve saggio sull'hegelismo di Bertrando Spaventa, fratello di Silvio, eretto da suo padre a maestro di vita e di pensiero.

Io frequentavo allora l'Istituto Croce e lavoravo presso l'Archivio di Stato di Napoli. Su suo invito partecipai a fianco di Enrico Berlinguer a una manifestazione per la pace della "Gioventù meridionale " aperta da Mario Alicata con una commemorazione di Luigi La Vista, un giovane allievo di De Sanctis caduto sulle barricate di Napoli nel 1848, e interrotta da Amendola per consentire ai giovani di seguire il feretro di Benedetto Croce. L'esibizione mi valse un trasferimento per via telegrafica, firmato da Mario Scelba, da Napoli a Firenze. Il provvedimento mi creava grossi problemi personali e quando gliene parlai Giorgio mi offrì un lavoro di funzionario presso il Movimento di Rinascita e mi dette al tempo stesso, con una duplice motivazione, un consiglio: quello di non accettare. La nostra battaglia, mi disse, sarà lunga e dura e abbiamo bisogno di compagni che studino più che di attivisti; e poi, finita l'era del "rivoluzionario professionale", il rapporto di dipendenza da un partito diventa limite all'autonomia del militante, senza contare, aggiunse, che potresti avere a che fare con personaggi come me e peggiori di me senza le garanzie che l'amministrazione dello stato comunque ti da. Ne convenni ed egli mi munì di quattro lettere, di quelle che un tempo si chiamavano commendatizie, indirizzate a Mario Fabiani, capo dei comunisti fiorentini, a Romano Bilenchi, direttore del "Nuovo Corriere" di Firenze, a Delio Cantimori e a Cesare Luporini, nelle quali mi presentava come un perseguitato politico meritevole della migliore solidarietà e quelle lettere mi furono preziose ai fini del mio inserimento nella vita della città.

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Il mio decennio fiorentino resta indimenticabile. Vi conobbi, e strinsi con loro rapporti di amicizia e di collaborazione, Salvemini e Calamandrei, Codignola e Enriquez Agnoletti, don Milani e La Pira. Si allentarono invece i miei rapporti con Giorgio, che ripresero quando nel '60 raggiunsi Roma e furono, nella nuova situazione dei rapporti tra i nostri partiti, cordialmente polemici. Gli spunti vennero dai suoi scritti storici.

Il suo assillo era quello di riallacciare i fili della politica unitaria tra socialisti e comunisti messa in crisi dal XX congresso di Mosca e da quello che ne era seguito. Egli era, credo, consapevole più di ogni altri nel suo partito che una grande occasione storica era andata persa, ma sapeva anche che farne oggetto di denuncia lo avrebbe condannato all'espunzione e che prenderne rassegnatamente atto sarebbe equivalso a una resa. La bandiera che egli impugnò fu quella del patriottismo di partito che, peraltro non era simulato, ma depurato di ogni residuo settario e aperto a fare della tradizione comunista la componente maggioritaria e potenzialmente egemone di una sinistra unificata. Il giudizio che mi colpì, che rovesciava la vulgata corrente e mai smentita nel partito comunista italiano, era che nel dopoguerra non era esistita una situazione rivoluzionaria, il che voleva dire che la legittimazione storica del partito comunista, nella realtà, non stava nell'essere il partito della rivoluzione mancata per colpa dei socialisti, ma nell'aver espresso la volontà della classe operaia italiana di dar vita a una forza politica capace di superare le carenze tradizionali e irrimediabili del partito socialista diviso tra "riformisti imbelli e massimalisti parolai" e di guidare il processo di rigenerazione di una nazione ammorbata da secoli di clericalismo, da decenni di trasformismo, da un ventennio di fascismo: la rivoluzione morale vagheggiata da suo padre, ma affidata questa volta alle mani sicure della classe operaia.

Era la rivendicazione delle radici autoctone del comunismo italiano e della sua funzione autonoma nella realtà nazionale. Al tempo stesso egli invitava i socialisti a ricollegarsi al loro passato migliore, quello degli anni del prefascismo, della costruzione delle grandi organizzazioni di classe, delle amministrazioni rosse, senza crogiolarsi nelle recriminazioni e senza nascondere i loro peccati di omissione con l'accusa ai comunisti di essersi impadroniti di una eredità che era loro. Di qui faceva discendere l'invito al partito socialista a recuperare la propria storia e a dar concreta prova della propria buona volontà costituendo l'archivio storico del proprio partito.

Il disegno politico che stava dietro queste riflessioni storiche era evidente e suggestivo e ne discutemmo in più occasioni, anche nel corso di incontri casuali, che in quegli antichi tempi erano di regola anche occasioni di scambi di notizie, di battute e di idee. I rilievi che gli muovevo erano tre. Il primo riguardava la genesi e la natura del suo partito: riconoscevo che, più di ogni altro partito comunista europeo, esso aveva radici nazionali profonde, preesistenti, per certi aspetti, alla rivoluzione russa, ma che esso aveva perso la sua autonomia originaria al passo con la involuzione staliniana della Terza Internazionale e questo aveva comportato un passivo alla lunga incompatibile con il ruolo che il partito comunista aveva assunto nell'Italia della Resistenza e della repubblica. Il secondo rilievo, di carattere metodologico, era quello che egli applicava alla storia del suo partito un criterio interpretativo nel quale lo storicismo crociano diventava provvidenzialismo allo stato puro, per cui anche da male nasce bene e anche gli errori più madornali e le colpe più imperdonabili finivano col sortire effetti positivi. E questo criterio costituiva un massiccio ostacolo a quel processo di serena ma spregiudicata e severa revisione autocritica delle dottrine e delle pratiche del comunismo internazionale, condizione necessaria perché nuove sintesi si creassero attraverso un franco e anche rude confronto tra le due grandi componenti storiche del movimento operaio italiano, quella socialista e quella comunista. Per quanto riguardava l'accusa che i comunisti si fossero indebitamente appropriati della parte migliore dell'eredità socialista gli obiettavo che la mia critica aveva, semmai, un segno opposto: i comunisti non se ne erano appropriati abbastanza, avevano posto le mani, grazie alle loro indiscusse capacità, su quanto restava delle strutture costruite nella società dal socialismo riformista, non avevano rivalutato, ma svalutato e relegato in soffitta le esperienze etiche e dottrinali che ne avevano contrassegnato la nascita e lo sviluppo. La sua provocazione ebbe comunque l'effetto di ridestare in un gruppo di socialisti di buona volontà l'interesse concreto per la propria storia, Nenni lanciò una sottoscrizione per la costituzione di un archivio storico del partito e Amendola chiuse la discussione inviandomi un assegno per quei tempi cospicuo, accompagnato da una brillante lettera che intendevo pubblicare e che andò persa nella tipografia dell'Avanti.

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Se ritorno con la memoria alle cose dette e scritte allora non trovo correzioni di rilievo da fare. Col senno di poi devo ammettere che non capii per tempo le implicazioni politiche delle riflessioni storiche di Amendola. Se ne intende il senso ricordando che nel '64, agli albori del centro-sinistra, fu lui a lanciare la proposta dell'operazione più ambiziosa che a sinistra si potesse concepire, l'avvio di un processo di superamento della scissione di Livorno. La storia ne aveva via via create le condizioni minime necessarie: era caduta ormai da tempo la contrapposizione tra via delle riforme e via della rivoluzione, era acquisizione definitiva anche dei comunisti il rifiuto dello stato-guida e delle pratiche conseguenti, era constatazione comune che l'esperienza comunista aveva mancato il suo obiettivo e quella socialdemocratica era finita nelle secche della subalternità. Era scoccata l'ora di suscitare nel movimento operaio uno slancio creativo partendo dall'Italia e guardando all'Europa, di indurlo a compiere, unitariamente, atti che rimettessero in moto un meccanismo usurato dal corso del tempo e dal mutare dei tempi. Nenni non fu sordo all'appello e me ne parlò diffusamente. Egli stesso avvertiva la necessità di dar vita a qualcosa di nuovo nella sinistra italiana, ma non nascose il suo scetticismo. I comunisti avevano persa l'occasione storica del '56. Fattori per il momento irremovibili di ordine interno e internazionale si sarebbero frapposti a un loro coinvolgimento in una svolta nella direzione politica del paese e quand'anche – ipotesi che egli non escludeva – si fosse considerato prevalente il problema dell'unità della sinistra rispetto a quello della partecipazione socialista al governo la soluzione non sarebbe stata facile. Era sicuro che grossi ostacoli avrebbe incontrati nel suo partito, riteneva insormontabili quelli coi quali si sarebbe scontrato Amendola. E così fu. Nenni ripiegò sulla unificazione coi socialdemocratici e la creatura che ne nacque, malinghera e rachitica, fu travolta a meno di tre anni dalla sua nascita dalla bufera scatenata dal '68.

Anche in questa occasione ebbi modo di avvertire la presenza di Giorgio. Aveva saputo da indiscrezioni giornalistiche e di corridoio che ero tra i candidati alla direzione dell'Avanti! e che io ero riluttante, il che era vero: non avevo mai messo piede fuori che da ospite nella redazione di un giornale e avevo ottenuto un incarico di insegnamento all'Università di Bari. Egli intervenne allora su Riccardo Lombardi che era tra i miei più decisi sostenitori per raccomandargli di tener duro, io fui destinatario di una telefonata breve, brusca e perentoria, di quelle che avevano fatto di lui lo spauracchio dei suoi collaboratori, per comandarmi di accettare: era un dovere al quale non potevo sottrarmi. A loro si unì anche Nenni, il quale mi consolò dicendomi che, da vecchio giornalista mi avrebbe dato una mano e che comunque il mio incarico non sarebbe andato oltre il primo congresso del partito unificato. Invece, durò dieci anni, nel corso dei quali, mentre il giornale conduceva una serrata campagna di denuncia delle "trame nere" ebbi la casa devastata da una forte carica di tritolo. E Giorgio allora fu tra i primi ad accorrere. Notò, da esperto, che i guasti superavano quelli di casa Nitti dove si era adoperato solo il manganello, mi redarguì perché avevo scelta un'abitazione di troppo facile accesso ai malintenzionati, si adoperò presso i suoi compagni perché mi aiutassero nella ricerca di un'abitazione che rispondesse alle esigenze minime di sicurezza.

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Il mio ultimo Amendola fu quello "europeo". Altiero Spinelli, ex-comunista - aveva fatto per questo più anni di galera di Paietta e non mancava provocatoriamente di rinfacciarglielo -, padre, eroe e patriarca del federalismo europeo, si era avvicinato ai socialisti ed era stato chiamato a consigliere per gli affari europei da Nenni nella breve stagione, rotta dalla scissione del partito unificato, in cui era stato ministro degli esteri ed era stato anche, su designazione socialista, commissario alla Comunità europea. Sua ambizione, doverosa oltre che legittima era quella di accedere al Parlamento europeo, ancora non eletto a suffragio universale diretto, per farne il teatro di una grande battaglia per l'unità politica dell'Europa. I socialisti gli offrirono una candidatura al consiglio comunale di Roma. Amendola ne fu sorpreso e, al tempo stesso indignato: vi vedeva un'offesa all'uomo e alla sua storia e una dimostrazione di madornale insipienza politica. Per lunghi anni Spinelli aveva condotto contro i comunisti dure battaglie, col vigore e col rigore del bolscevico che era stato – Machiavelli e Lenin erano rimasti i suoi maestri – ma le sue qualità di combattente erano eccezionali e grande il suo prestigio negli ambienti della democrazia europea e i socialisti perdevano con lui la possibilità di qualificare il loro pallido europeismo. Non mancò l'occasione Amendola, che spinse e costrinse il suo partito a candidarlo da autentico indipendente nelle proprie liste, e a fiancheggiarlo fu Umberto Terracini, compagno di Spinelli nella lunga galera. Non fu, da una parte e dall'altra un'operazione elettoralistica anche se di alta dignità, fu un'iniziativa politica che voleva e poteva essere di rilievo storico: la saldatura della tradizione comunista italiana con l'europeismo di matrice resistenziale. Spinelli spiegò le ragioni della sua scelta in un libretto dal titolo "PCI. Che fare?", presentato a Roma, con lui, da Terracini e da me e del quale con la baldanza sua solita sintetizzava il senso col motto "i comunisti sono venuti a me". Amandola ne trasse motivi di stimolo, ai quali non fu insensibile Berlinguer, ad accelerare il ritmo della marcia dei comunisti italiani verso l'Europa.

Sulla natura del suo europeismo si sono avanzate riserve, si è detto e si ripete a mezza voce, nel partito che fu il suo, che egli fu e rimase filosovietico fino alla fine. In realtà da tempo il suo filosovietismo, se così lo si vuol definire, aveva cessato di essere elemento di una ideologia dogmaticamente accettata, era diventato elemento di un giudizio politico, tra le cui componenti entrava anche una valutazione positiva della funzione dell'URSS nel gioco drammaticamente complesso dei rapporti internazionali. Ricordo una sua ironica battuta a proposito dell'intervento sovietico in Afganistan: i russi, come si è detto degli americani in Vietnam, difendono in Afganistan la civiltà occidentale. Alla luce di quanto è accaduto dopo c'è da riconoscere che non avesse del tutto torto. Quello che comunque è vero è che credette fortemente in una funzione dell'Europa ai fini della costruzione di un ordine internazionale che non fosse fondato sull'equilibrio del terrore: un'Europa con una propria politica estera pacifica, unitaria e autonoma avrebbe reso irreversibile il processo di distensione nei rapporti tra i blocchi, avrebbe favorito l'evoluzione del sistema sovietico, avrebbe anche creato il quadro istituzionale idoneo e necessario per una ristrutturazione delle grandi famiglie politiche rappresentanti delle grandi componenti storiche della civiltà europea, quella cristiana, quella liberale, quella socialista.

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Fu così che il tema dell'unità della sinistra tornò ad essere al centro delle nostre discussioni nei pochi incontri, gli ultimi, che avemmo a Strasburgo. Era vicino a morire, ma non si era affievolita la carica della passione e non si era offuscata la sua inventiva politica. Egli aveva notato che tra le delegazioni dei tre partiti della sinistra italiana, intorno a Spinelli, si era creato un clima di intesa politica, vivificato dalla cordialità dei rapporti mentre si veniva rompendo il cerchio dell'isolamento intorno ai comunisti. L'idea che egli cominciò a vagheggiare fu che fosse possibile sul terreno della politica europea avviare e promuovere tra i partiti della sinistra delle convergenze che non avrebbero mancato di riflettersi nella situazione italiana. Ciascuno di noi poteva cercare di organizzare, senza clamore, dei gruppi che via via si collegassero tra loro, al passo con gli sviluppi dell'iniziativa di riforma istituzionale in seno al Parlamento europeo. Venne a mancare prima che il disegno fosse definito. Il suo europeismo venne riconosciuto a celebrato ai suoi funerali dalla presidente del Parlamento europeo.

A lui mi rifeci qualche anno dopo, quando il progetto di trattato per l'unità europea costituito con tenacia e fatica da Spinelli, coadiuvato dalla saggezza del socialdemocratico Mauro Ferri, ebbe l'approvazione dell'aula. Chiarante aprì allora le pagine di Rinascita a un dibattito che si distinse per l'alta qualità dei numerosi interventi e che si prolungò per mesi. Fui io a tirarne le conclusioni e a redigere un appello che ebbe le adesioni dei rappresentanti più autorevoli dei partiti e delle correnti della sinistra italiana. Cervetti ci ospitò presso la sede romana del gruppo comunista europeo, avemmo della carta intestata, stabilimmo i primi rapporti con gruppi socialisti e federalisti di altri paesi, presentammo l'iniziativa alla stampa estera con la benedizione di Spinelli, la rivista della CGIL pubblicò con rilievo i nostri documenti. Bastò che Craxi facesse conoscere per via indiretta il suo non gradimento – i suoi fedeli, Didò e Tognoli ritirarono l'adesione ritenendo prematura la proposta di un programma comune europeo – perché tutto si dissolvesse. A Giorgio la sorte concesse di non dovere assistere a questa prova di miopia e di ignavia di quello che era ancora il partito comunista italiano.

L'ultimo incontro con lui e con Paolo Spriano fu a una "tavola rotonda" organizzata da Rinascita alla morte di Nenni. Era commosso e per mascherarlo mi raccontò che nel '41 lo aveva raggiunto in un paesino dei Pirenei per risuscitare l'unità d'azione spezzata dal patto Ribbentrop-Molotov del '39 e Nenni lo aveva poi portato dalla casa sua alla stazione ferroviaria sulla canna della bicicletta: ebbe modo così di accorgersi, commentò alludendo alla propria mole, quanto pesasse la politica unitaria.

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La brevità del tempo e le circostanze nelle quali mi sono trovato a lavorare non mi hanno consentito di andare oltre una frettolosa narrazione di aneddoti tratti dai fondi della memoria, offuscati dagli anni e non controllati e mi scuso preventivamente per eventuali imprecisioni.

Spero, comunque, che ne possano venire elementi a conferma che la  figura di Giorgio, per un insieme di ragioni che ho solo sfiorate, è una delle più originali nella storia del comunismo italiano che pure abbonda di personalità suggestive. La singolarità della sua esperienza umana, culturale e politica meriterebbe un lavoro di ricerca, di studio, di riflessione di lunga lena e di vasto respiro. Sarebbe auspicabile però che fin d'ora essa diventasse tema di un dibattito storico-ideologico che la immettesse nel circolo della cultura politica militante. Discutere su quello che egli ha pensato ha detto e ha fatto significherebbe dare un contributo di straordinaria importanza a quell'opera di ricostruzione e di recupero critico di un patrimonio di valori, di idee, di esperienze di cui ha bisogno come dell'aria e dell'acqua una sinistra ridotta a una chiusa e asfittica oligarchia di modesti burocrati, senza nome e senza storia, senza stile e senza dignità. Ne ha bisogno quel Mezzogiorno che Amendola amò con passione quasi sciovinistica, dove la sinistra regna senza accorgersi che il degrado morale e culturale sopravanza, e lo fomenta, quello economico e sociale, ignorando il patrimonio culturale e morale di cui Amendola fu tra i costruttori maggiori quando ideò, organizzò e diresse quel movimento di Rinascita che vide per la prima volta nella loro storia le masse popolari meridionali scendere in campo con la volontà di farsi protagoniste del loro riscatto.

E' un recupero che risponde a un "bisogno dei tempi".
Noi che apparteniamo a un lontano passato possiamo solo segnalarlo: effettuarlo tocca ai giovani che si affacciano sulla scena di un mondo percorso da contraddizioni che non hanno precedenti nella storia e che mettono a rischio la sopravvivenza della speranza. Per riconquistarla non c'è altra via che il ritorno alla politica intesa e praticata come attività creativa animata dalla certezza che nulla di quanto di positivo si fa va perduto: come la intese e la praticò Giorgio Amendola.